Category Archives: Patologia Orale

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lattoferrina

La lattoferrina.

Søren Peter Lauritz Sørensen

Søren Peter Lauritz Sørensen

Si deve ai due chimici danesi Søren Peter Lauritz Sørensen e sua moglie Margrethe Høyrup Sørensen la scoperta della lattoferrina nel 1939.

La lattoferrina è una glicoproteina appartenente alla famiglia delle transferrine ed è il più importante componente delle secrezioni umane. Viene sintetizzata dalle ghiandole esocrine e quindi è presente in diverse secrezioni biologiche. Innanzitutto è presente in alte concentrazioni nel colostro, ma anche, sebbene in minore concentrazione, nelle lacrime, nella saliva, nelle secrezioni bronchiali e nasali, nel liquido sinoviale, nel fluido seminale, nel plasma, nei liquidi gastrointestinali e nel muco vaginale.  Piccole quantità vengono prodotte nei neutrofili quando sono richiamati nei siti infetti ed infiammati.

La lattoferrina, grazie alla sua peculiarità strutturale, assolve alla sua funzione principale quale quella di legare il ferro, trasportarlo nel plasma e regolare la concentrazione del ferro all’interno dell’organismo. L’affinità della lattoferrina per gli ioni ferrici nelle secrezioni o nel circolo è così elevata da garantire che la concentrazione di ferro libero nel corpo non ecceda come potrebbe avvenire a seguito di condizioni patologiche con perdita di sangue o con alterato metabolismo del ferro.

Il ruolo della lattoferrina nella regolazione dell’omeostasi del ferro è fondamentale per il benessere del nostro organismo in quanto notoriamente un eccesso di ferro all’interno delle cellule causa stress ossidativo, a seguito di un aumento delle specie reattive dell’ossigeno, o radicali liberi (ROS) e di conseguenza un aumento dei processi infiammatori. La lattoferrina quindi previene danni cellulari da stress ossidativo.

La Lattoferrina svolge anche una Funzione Antibatterica ed Antimicrobica legata non solo alla sua capacità di legare il ferro, ma anche a meccanismi d’azione indiretti. È ben noto che la capacità dei batteri di colonizzare l’ospite è strettamente dipendente dalla loro capacità di procurarsi adeguate quantità di nutrienti per la crescita. Un meccanismo diretto consiste nel rendere il ferro meno disponibile per diversi microrganismi; difatti la disponibilità di ferro è strettamente correlata con lo sviluppo di batteri, in quanto l’assenza di ferro è un elemento inibente la sopravvivenza di quest’ultimi. Per quanto riguarda i meccanismi antimicrobici indiretti, essi sono dovuti alla presenza di recettori N-terminali per la lattoferrina sulle superfici di molti microrganismi. Nei batteri Gram-negativi il legame tra lattoferrina e tali recettori altera irreversibilmente la struttura del glicocalice batterico con conseguente aumento della sua permeabilità e sensibilità all’azione di enzimi lisosomiali ed agenti antibatterici. La lattoferrina presenta anche un’attività anti-virale in quanto tende a legarsi con i glicosamminoglicani della membrana plasmatica, bloccando l’entrata dei virus e contribuendo a impedire l’insorgenza di processi infettivi, soprattutto in caso di Herpes Simplex, HIV e Citomegalovirus.

Un’ulteriore importante funzione svolta dalla lattoferrina è quella antinfiammatoria. In condizioni patologiche l’aumentata concentrazione di ferro va ad innescare meccanismi pro-infiammatori: vengono richiamati neutrofili nel sito d’infiammazione e vengono prodotte citochine pro-infiammatorie. I neutrofili a loro volta richiamano la lattoferrina, che contribuisce al rientro della condizione patologica, chelando l’eccesso di ferro. Quindi la lattoferrina è in grado di supportare l’azione dei linfociti, regolare la produzione di citochine pro-infiammatorie, supportare l’azione di macrofagi e neutrofili e in tal modo viene bloccato il processo infiammatorio e l’azione delle citochine.

Di recente alcuni studi clinici hanno confermato un probabile funzione della lattoferrina anche nella cura delle patologie neoplastiche.

Un recente studio condotto dall’Università di Tor Vergata ha messo in luce un’evidenza scientifica sull’efficacia della lattoferrina sul Covid-19. Si suppone che la lattoferrina potrebbe agire sul legame tra la proteina spike e l’enzima ACE-2 specifico del coronavirus, oppure bloccherebbe l’ingresso virale ed infine potrebbe inibire la proliferazione virale. Va sottolineato che questo studio, per quanto molto promettente, necessita di ulteriori approfondimenti.

La lattoferrina in natura è presente solo nel latte materno ed in quello dei mammiferi, come il latte vaccino, e non ci sono altri alimenti che la contengono naturalmente motivo per cui assumere la lattoferrina per mezzo degli integratori costituisce un modo efficace di supportare l’organismo e sopperire alle carenze di micronutrienti causate da uno stile di vita poco regolare o da specifici fattori di rischio. Inoltre recenti studi clinici hanno dimostrato che l’attacco della pepsina gastrica nei confronti della lattoferrina produce un residuo peptidico, la lattoferricina, dotato di azione antibatterica molto più spiccata della proteina nativa.

Infine va ricordata l’importante funzione della lattoferrina nel contrastare le infezioni del cavo orale. È ben noto che tutte le mucose umane sono colonizzate da microorganismi commensali non patogeni, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dei microorganismi patogeni. Il cavo orale è di facile accesso ai microorganismi presenti nell’aria, nell’acqua e nei cibi. Alcuni di questi microorganismi sono presenti nel cavo orale in forma transiente (es. Helicobacter pylori), mentre altri lo colonizzano stabilmente. La capacità dei batteri di colonizzare l’ospite dipende dalla disponibilità di nutrienti per la loro crescita, tra i quali il ferro è il più importante.

Il microbiota orale può essere alterato dalla presenza predominante di batteri patogeni. Uno di questi, come il Porphyromonas gingivalis, è responsabile di un alterato metabolismo del ferro, e quindi del peggioramento dei fenomeni di carattere infiammatorio. In casi come questi vi è una scarsità di lattoferrina nella saliva, condizione che favorisce ulteriormente l’accentuarsi della disbiosi orale, con conseguenti patologie, come parodontopatie, gengiviti, patologie infettive ed alitosi. In aggiunta peggiorano la situazione i fenomeni di sanguinamento che apportano ulteriore ferro nel cavo orale disponibile per i batteri patogeni. la lattoferrina, legando il ferro e quindi sottraendolo ai batteri viene a contrastare i processi infiammatori e infettivi.


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La saliva.

Pensare che la saliva sia un semplice liquido che si forma nella nostra bocca sarebbe un grosso errore perché, al contrario, la saliva è una componente fondamentale per il nostro organismo in quanto assicura il corretto svolgimento di diverse funzioni fondamentali per il nostro benessere. La saliva si presenta meno fluida dell’acqua con un aspetto appiccicoso, la sua produzione è continua, maggiormente durante il giorno in quanto viene stimolata dall’assunzione di cibi e bevande mentre di notte la sua produzione diminuisce. Una ridotta produzione di saliva è dovuta anche a particolari stati d’animo come l’emozione o la paura.

In un soggetto sano, ogni giorno vengono prodotti da 1.000 a 1.500 ml di saliva che vengono ingoiati ed i cui componenti vengono assorbiti a livello intestinale. Come altre secrezioni umane, la saliva è prodotta da alcune ghiandole esocrine: le ghiandole salivari che includono le parotidi, le sublinguali e le sottomascellari. Nella saliva sono presenti diversi componenti: ormoni, peptidi, composti inorganici, composti organici e vari enzimi. È ricca anche di sostanze antibatteriche come la lattoferrina, il lisozima, le mucine, le IgA, IgM, IgG, l’alfa-amilasi e composti organici come l’albumina, l’urea, gli acidi urici, i lattati e la creatinina.

Come già premesso sono diverse le funzioni della saliva. Innanzitutto facilita la masticazione, la fonazione e la deglutizione. La saliva ammorbidisce Il cibo rendendolo un composto pastoso detto “bolo” molto più semplice da deglutire. La saliva funge da unguento per il cavo orale facilitando non solo la deglutizione, ma fungendo da schermo protettivo all’intera struttura della bocca e della laringe. La salivazione aiuta ad eliminare i residui di cibo contribuendo alla pulizia del cavo orale e contrasta l’attacco degli acidi e degli zuccheri.

I minerali presenti nella saliva consentono di riparare lo smalto dei denti attivando un naturale processo di mineralizzazione, inoltre il muco contenuto nella nostra saliva sarebbe in grado di stimolare i neutrofili a difesa contro i batteri patogeni e accelerando la guarigione delle ferite. Il vecchio detto “leccarsi le ferite” avrebbe una base scientifica come dimostrato in uno studio condotto da un’équipe di ricercatori della Lund University e pubblicato sulla rivista Blood Journal.

In alcuni casi si possono verificare delle alterazioni della saliva sia in senso quantitativo e sia qualitativo: può diventare più densa a causa di alcune malattie e può subire delle alterazioni a causa di squilibri ormonali o per il consumo di determinati farmaci.  Si ha scialorrea quando c’è un’eccessiva produzione di saliva che non si riesce a trattenere in bocca,  al contrario si chiama xerostomia la condizione caratterizzata da un flusso salivare ridotto o del tutto assente. La saliva rappresenta un importante elemento di identificazione in quanto con essa è possibile effettuare analisi sul DNA, effettuare test alcolici o indagare l’eventuale assunzione di sostanze stupefacenti. Inoltre, attraverso l’esame della saliva è possibile effettuare esami per specifiche indagini come il test per HIV o per l’epatite C. Recentemente l’analisi della saliva viene considerata un metodo non invasivo per monitorare lo stato di salute e per prevenire lo stato patologico in un soggetto.

Infine, secondo uno studio condotto all’Istituto nazionale di malattie infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma, in collaborazione con l’ospedale pediatrico Bambino Gesù della Capitale, lo University College di Londra e l’azienda italiana DiaSorin, si è dimostrato che il campione salivare è una valida alternativa al tampone naso-faringeo per la diagnosi molecolare di Covid-19. A tal proposito il Ministero della Salute ha emanato la circolare 21675-14/05/2021-DGPRE-DGPRE-P.


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L’epulide.

L’epulide è una lesione benigna a carattere proliferativo (pseudo-tumorale) che si sviluppa sul margine gengivale. L’epulide è un granuloma reattivo che può assumere l’aspetto di un nodulo di colorito rosso-bluastro; altre volte si presenta come un’escrescenza irregolare sulla mucosa gengivale. A seconda dei casi, la lesione può variare per consistenza (dal soffice al duro-elastico) e dimensioni (da pochi mm a qualche cm). L’epulide è sessile o peduncolato e prende tipicamente impianto sul periostio del processo alveolare; tuttavia, si può riscontrare anche su labbra, lingua, palato e mucosa orale. Se raggiunge dimensioni notevoli, questa lesione può provocare spostamenti degli elementi dentari ed invadere il tessuto osseo sottostante. L’epulide presenta una superficie liscia o lobulata, che talvolta appare ulcerata e tende a sanguinare al minimo insulto. Durante l’accertamento diagnostico, il disturbo va distinto da altre lesioni dei tessuti molli a carattere proliferativo, che possono avere un’origine infiammatoria o anche neoplastica. Pertanto, può rendersi necessario un esame istologico. L’epulide ha la caratteristica di non impallidire alla pressione. Nella maggior parte dei casi, il disturbo è determinato da processi infiammatori, che si instaurano nel tessuto connettivo della gengiva o del parodonto; tale infiammazione può essere conseguente a traumi, irritazioni locali croniche (es. azione di tartaro e carie) o a terapie conservative o protesiche che presentano margini imprecisi. Questi insulti irritativo-infiammatori determinano una reazione iperplastica, caratterizzata dalla tendenza alla distruzione dei componenti cellulari presenti nella mucosa gengivale, che può estendersi fino a coinvolgere il tessuto osseo sottostante. Oltre alla rimozione dei fattori irritativi locali, la terapia prevede l’escissione chirurgica o con il laser, eventualmente associata a levigatura radicolare. Se l’epulide ha un carattere particolarmente invasivo o in caso di recidive ripetute, può essere necessario estrarre i denti adiacenti alla lesione stessa.
La scarsa igiene orale sembra essere un fattore predisponente la patologia. Inoltre, l’epulide si riscontra con una certa frequenza in presenza di alcuni squilibri ormonali (es. durante la gravidanza).
I sintomi e i segni più comuni sono:
• Alitosi
• Dolore alla mandibola
• Dolore alle gengive
• Gengive arrossate
• Gengive Gonfie
• Mal di denti
• Mobilità dei denti
• Nodulo

Tratto da my-personaltrainer.it


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La sindrome della bocca che brucia.

La glossodinia, conosciuta anche nelle varianti di sindrome della bocca bruciante, sindrome della bocca che brucia, sindrome della bocca urente, è una condizione patologica per la quale si riscontra un dolore intenso, simile a quello provocato da un’ustione, a livello del cavo orale.
La sindrome della bocca urente è caratterizzata da bruciore e dolore cronico a livello orale. Il dolore può interessare lingua, gengive, labbra, interno delle guance, palato, o essere diffuso a tutto il cavo orale.
Il dolore può essere intenso, come se la bocca fosse ustionata. Spesso, però, la causa della sintomatologia non riesce ad essere identificata, il che rende la terapia molto difficile.
La sindrome interessa il 3% della popolazione (circa 1 milione e mezzo in Italia) prevalentemente donne, ed inizia in età adulta avanzata, tra i 50 ed i 70 anni.
Cause
In caso di sindrome primitiva, la sintomatologia sembra correlata al gusto ed ai nervi sensitivi (possibile base neuropatica della sindrome della bocca urente, con un’alterata eccitabilità nel pathway nocicettivo trigeminale a livello del sistema nervoso centrale e/o periferico).
Nella sindrome secondaria, invece, la sintomatologia è legata ad una o più tra le patologie responsabili della sindrome:
• xerostomia da farmaci o da patologie quali la s. di Sjogren;
• micosi orali;
• lichen planus del cavo orale;
• lingua a carta geografica;
• fattori psicologici come ansia, depressione, patofobia;
• deficit di zinco, ferro, folati, tiamina, riboflavina, piridossina, cobalamina;
• protesi dentarie per lo stress a livello della muscolatura e dei tessuti della bocca e per l’irritazione per eventuale incompatibilità con i materiali;
• danno neurologico dei nervi correlati al controllo del gusto e del dolore a livello linguale;
• allergie o reazioni a cibi, aromi, additivi;
• reflusso gastroesofageo con acido gastrico che risale fino al cavo orale;
• farmaci soprattutto alcuni antipertensivi (gli ACE-inibitori);
• bruxismo;
• squilibri endocrino o ormonali come diabete, ipotiroidismo, menopausa;
• irritazione orale da abitudini incongrue come l’eccessivo spazzolamento della lingua, l’eccessivo uso di colluttori, l’abuso di bevande acide ed alcoliche
Fattori di rischio
Di solito la forma primitiva inizia spontaneamente, senza fattori di innesco, anche se i ricercatori evidenziano alcuni fattori che possono incrementare il rischio di sviluppare la sindrome:

• essere un “supertaster”, vale a dire soggetti con predisposizione genetica a percepire di più i sapori per maggiore quantità di papille sulla lingua
• infezioni delle vie aeree superiori;
• precedenti interventi odontoiatrici;
• farmaci;
• eventi traumatici della vita;
• stress;
• farmaci.
Manifestazioni cliniche sintomatologia e segni
La sintomatologia della bocca urente comprende:
• perdita del gusto (ageusia);
• alterazioni del gusto con sapore metallico o amaro (disgeusia);
• bocca secca;
• aumentata sete;
• dolore orale che progredisce nel corso della giornata;
• formicolio, intorpidimento della bocca o della punta della lingua;
• bruciore a livello di lingua, gengive, labbra, interno delle guance, palato.
Il dolore presenta differenti pattern; può essere:
• giornaliero, poco intenso all’inizio ma che peggiora nel corso della giornata;
• continuo che inizia al mattino e persiste invariato per tutto il giorno;
• irregolare che presenta fasi di completa assenza, anche di alcuni giorni.
Quale che sia il pattern sintomatologico, i sintomi spesso durano per anni prima che venga posta la diagnosi giusta ed iniziato un idoneo trattamento.
Non esistono test per determinare se un soggetto soffre di questa sindrome, o cosa scateni il dolore alla bocca.

Ruolo del medico e del dentista è escludere le patologie responsabili della sindrome secondaria.
Gli esami da effettuare sono:
• routine ematochimica completa, comprensiva di funzionalità tiroidea, dosaggi dei fattori nutrizionali e della funzione immunitaria;
• esame colturale del cavo orale, alla ricerca di infezioni virali, batteriche, fungine;
• test allergologici in caso di anamnesi positiva per esposizione ad allergeni;
• misura della salivazione per verificare se esista un ridotto flusso salivare;
• valutazione psicologica;
se indicata,
• pH-metria (o impedenzometria) per documentare eventuali episodi di reflusso gastro-esofageo.
• Imaging radiologica endoscopia
• Si ricorre, se necessario, ad ecografia, TC, RMN.
Terapia
Non esiste un modo certo per trattare la sindrome, e mancano evidenze certe per i metodi più comunemente usati.
Dal momento che la scelta della terapia dipende sia dai segni e dai sintomi, oltre che dalla presenza di eventuali condizioni scatenanti, è importante identificare con esattezza la causa scatenante, se presente. Se non si identifica alcuna causa, allora il trattamento è empirico.
Misure generali igienico dietetiche
Evitare tabacco, alimenti con menta o cannella, cibi troppo speziati, alimenti acidi come pomodori, arance, caffé, variare dentifrici, ridurre lo stress eccessivo.
Farmaci di scelta
Le opzioni farmacologiche sono:
• Clonazepam un farmaco antiepilettico.
• Acido alfa-lipoico, un potente antiossidante prodotto naturalmente dall’organismo.
• Antimicotici per il mughetto.
• Antidepressivi come gli SSRI;
• Topiramato, che agisce a differenti livelli di trasmissione neurale, bloccando i canali del sodio e del calcio, aumentando la concentrazione di GABA e diminuendo la funzione del glutammato in sede post-sinaptica.
• Complessi vitaminici B (anche se in realtà i veri deficit vitaminici sono solo dei pazienti con malassorbimento).
• Terapia cognitivo-comportamentale.
• Prodotti a base di capsaicina.
Complicanze
Possono essere le cause o essere correlate al dolore:
• disturbi del sonno;
• irritabilità;
• depressione;
• ansia;
• disturbi uditivi;
• ridotta socializzazione.
fonte: Nasochiuso.com


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Il carcinoma orale.

L’Oral Cancer Foundation è una fondazione nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul cancro orale. La fondazione ha censito i personaggi famosi che hanno contratto questo tumore: tra questi anche Michael Douglas, a cui nel 2010 è stato diagnosticato un cancro orale al IV stadio. Michael Douglas è diventato testimonial della Fondazione per evidenziare l’importanza della diagnosi precoce e dello screening del carcinoma orale.

Ma cosa è il carcinoma orale?
Con “carcinoma orale” o “cancro orale” si intende l’insieme delle neoplasie maligne che si originano dai tessuti che rivestono la cavità orale.
La cavità orale comprende i due terzi anteriori della lingua, le gengive, la superficie interna delle guance e delle labbra, la parte inferiore della bocca sotto la lingua (il pavimento orale), la parte superiore ossea della bocca (il palato duro) e la zona oltre i denti del giudizio (il trigono retro molare).
La presenza sulle mucose del cavo orale di una tumefazione persistente, di una macchia bianco rossastra che non si risolve, ovvero di una ferita che non si rimargina sono possibili segnali di allarme perché potrebbero essere la manifestazione di una lesione pre tumorale o tumorale del cavo orale.

Tipologie
Oltre il 90% dei tumori della bocca origina dalle cellule epiteliali squamose.

Evoluzione
Come per la maggior parte dei tumori, la guarigione dipende dalle condizioni generali di salute, dalla sede e dalla diffusione ai linfonodi regionali o ad altre parti dell’organismo.
Dai dati disponibili si è potuto stabilire che, al momento della diagnosi, oltre la metà dei tumori del cavo orale sono già diffusi nelle sedi vicine. Colpisce gli uomini in percentuale tripla rispetto alle donne. L’incidenza in Italia è di 4 casi ogni 100.000 abitanti (quindi 6 casi ogni 100.000 maschi e 2,3 casi ogni 100.000 femmine).
L’incidenza aumenta con l’età: è rarissimo nei giovani e raggiunge un picco dopo i 70 anni.
L’età media alla diagnosi di un tumore del cavo orale è di 64 anni e il 95% insorge dopo i 40 anni.
Complessivamente, la sopravvivenza media a cinque anni dalla diagnosi è del 50% e oscilla tra l’80-90% dei pazienti con tumori confinati alla sede di insorgenza e il 19% dei pazienti con tumori metastatici. L’alto tasso di mortalità, di oltre il 56%, è dovuto ad una diagnosi tardiva del tumore ormai in fase avanzata (fase III e IV) quando sono visibili anche ad occhio nudo. Invece, se diagnosticati in fase iniziale di sviluppo (fase I e II), hanno un tasso di sopravvivenza dell’80 – 90%.

Quanto sono diffusi?
Su scala mondiale i tumori del cavo orale insieme a quelli della laringe e della faringe rappresentano il 10% circa di tutte le neoplasie maligne negli uomini e il 4% nelle donne.
In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 4.500 casi di tumori alla bocca e si registrano circa 3.000 decessi. Questo numero supera i casi ed i decessi per carcinoma della cervice uterina.
Ciò accade perché questo tipo di cancro viene di solito diagnosticato in fase già avanzata, quando la massa tumorale si è già ingrandita al punto da richiedere interventi mutilanti e spesso con scarsi risultati.
Il tumore del labbro è più comune negli uomini, e si sviluppa soprattutto in persone dalla pelle chiara che trascorrono molto tempo al sole (per esempio i muratori, gli agricoltori o i pescatori) o nei fumatori di pipa. I tumori del labbro rappresentano l’11% circa dei nuovi casi, ma sono responsabili solo dell’1% dei decessi totali.
La lingua è la sede più frequente coinvolta nelle neoplasie del cavo orale: infatti i carcinomi linguali sono il 30% circa di tutti i carcinomi orali.
Il tumore del cavo orale è più frequente in persone che fumano tabacco e consumano alcolici; la coesistenza di queste due abitudini moltiplica il rischio di sviluppare neoplasie orali.
Negli ultimi anni si è osservata una progressiva riduzione di incidenza delle neoplasie orali alcol e tabacco correlate, soprattutto nel sesso maschile, mentre nel sesso femminile, si è invece registrato un aumento.

Sintomi
Qualsiasi dolore alla bocca, ferita che non si rimargina o gonfiore persistente deve essere esaminato da un medico esperto. Un altro segnale da tener presente è quando si ha dolore e difficoltà in un punto preciso nel mettere la dentiera.

Diagnosi
Il cancro orale è un tumore particolarmente aggressivo che, se non riconosciuto per tempo, costringe a interventi mutilanti che spesso non migliorano la situazione clinica e portano a un peggioramento della qualità della vita.
Inoltre, non esistono sistemi efficaci di diagnosi preventiva quando le lesioni nel cavo orale non sono visibili: l’attività di screening diventa quindi fondamentale, non richiede metodi invasivi ed è estremamente semplice
Il cancro della bocca se riconosciuto in fase precoce può essere curato con successo con elevate percentuali di guarigione. I ritardi diagnostici dipendono in genere da una sottovalutazione dei sintomi spesso dovuta a una conoscenza insufficiente di questo tumore. Il tumore alla bocca viene infatti spesso confuso con altre malattie più frequenti (ascessi dentari, tumori benigni) ma meno gravi o per paura immotivata.
I principali esami per individuare i tumori del cavo orale, in assenza di sintomi, sono l’ispezione e la palpazione del pavimento della bocca e della lingua.
Ogni lesione sospetta della mucosa deve essere sottoposta a biopsia col prelievo di una piccola porzione di tessuto.

Come si cura
I tumori del cavo orale possono essere curati con l’asportazione chirurgica del tumore dei linfonodi circostanti o con la brachiterapia, un tipo particolare di radioterapia.
Qualora l’asportazione sia molto ampia oggi si procede a ricostruzioni sofisticate anche con autotrapianti di pelle, muscolo o di osso. In ogni caso è utile una rieducazione alla fonazione e alla deglutizione coordinata da specialisti logopedisti.
Radioterapia e chemioterapia sono in genere usate come adiuvanti nel post operatorio dei tumori avanzati e meno frequentemente in alternativa alla chirurgia.

Chi è a rischio
Oltre ad una ereditarietà genetica, per tutti i tumori del cavo orale i principali fattori di rischio sono le infezioni del virus del papilloma, il fumo di sigaretta, il consumo di alcol e qualunque condizione di traumatismo della superficie interna della bocca.
Altre cause favorenti possono essere scarsa igiene orale, masticazione di tabacco, errato posizionamento di protesi dentarie.
Per quanto riguarda il tumore del labbro, possibili fattore favorente sono l’esposizione al sole e l’uso della pipa.

Prevenzione
In base ai dati disponibili, non è possibile formulare raccomandazioni a favore o contro lo screening di routine per i tumori del cavo orale per gli individui che non presentano sintomi. È comunque consigliato effettuare una visita odontoiatrica l’anno, per verificare la salute dei denti e delle mucose. Questa pratica diventa essenziale dopo i 60 anni in soggetti che hanno avuto stili di vita a rischio.
Per tutti è valido il consiglio di adottare uno stile di vita sano, non fumare, non consumare tabacco in alcuna forma e limitare l’alcol.
In particolare è importante non sottovalutare eventuali lesioni della bocca solo perché piccole o indolori: noduli o indurimenti della mucosa, piccole ulcere, placche bianche o rosse o bianco-rossastre specie se sanguinanti, escrescenze. Un altro segnale di allarme può essere dato in caso si verifichino impedimenti a una corretta masticazione.
I medici dovrebbero prestare particolare attenzione alle lesioni precancerose e a qualsiasi segno o sintomo di tumore del cavo orale, in tutti gli individui che consumano tabacco (sigarette, pipa, sigaro) o che assumono regolarmente alcol.

Fonte: Associazione Italiana Ricerca sul Cancro