Category Archives: Medicina generale

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lattoferrina

La lattoferrina.

Søren Peter Lauritz Sørensen

Søren Peter Lauritz Sørensen

Si deve ai due chimici danesi Søren Peter Lauritz Sørensen e sua moglie Margrethe Høyrup Sørensen la scoperta della lattoferrina nel 1939.

La lattoferrina è una glicoproteina appartenente alla famiglia delle transferrine ed è il più importante componente delle secrezioni umane. Viene sintetizzata dalle ghiandole esocrine e quindi è presente in diverse secrezioni biologiche. Innanzitutto è presente in alte concentrazioni nel colostro, ma anche, sebbene in minore concentrazione, nelle lacrime, nella saliva, nelle secrezioni bronchiali e nasali, nel liquido sinoviale, nel fluido seminale, nel plasma, nei liquidi gastrointestinali e nel muco vaginale.  Piccole quantità vengono prodotte nei neutrofili quando sono richiamati nei siti infetti ed infiammati.

La lattoferrina, grazie alla sua peculiarità strutturale, assolve alla sua funzione principale quale quella di legare il ferro, trasportarlo nel plasma e regolare la concentrazione del ferro all’interno dell’organismo. L’affinità della lattoferrina per gli ioni ferrici nelle secrezioni o nel circolo è così elevata da garantire che la concentrazione di ferro libero nel corpo non ecceda come potrebbe avvenire a seguito di condizioni patologiche con perdita di sangue o con alterato metabolismo del ferro.

Il ruolo della lattoferrina nella regolazione dell’omeostasi del ferro è fondamentale per il benessere del nostro organismo in quanto notoriamente un eccesso di ferro all’interno delle cellule causa stress ossidativo, a seguito di un aumento delle specie reattive dell’ossigeno, o radicali liberi (ROS) e di conseguenza un aumento dei processi infiammatori. La lattoferrina quindi previene danni cellulari da stress ossidativo.

La Lattoferrina svolge anche una Funzione Antibatterica ed Antimicrobica legata non solo alla sua capacità di legare il ferro, ma anche a meccanismi d’azione indiretti. È ben noto che la capacità dei batteri di colonizzare l’ospite è strettamente dipendente dalla loro capacità di procurarsi adeguate quantità di nutrienti per la crescita. Un meccanismo diretto consiste nel rendere il ferro meno disponibile per diversi microrganismi; difatti la disponibilità di ferro è strettamente correlata con lo sviluppo di batteri, in quanto l’assenza di ferro è un elemento inibente la sopravvivenza di quest’ultimi. Per quanto riguarda i meccanismi antimicrobici indiretti, essi sono dovuti alla presenza di recettori N-terminali per la lattoferrina sulle superfici di molti microrganismi. Nei batteri Gram-negativi il legame tra lattoferrina e tali recettori altera irreversibilmente la struttura del glicocalice batterico con conseguente aumento della sua permeabilità e sensibilità all’azione di enzimi lisosomiali ed agenti antibatterici. La lattoferrina presenta anche un’attività anti-virale in quanto tende a legarsi con i glicosamminoglicani della membrana plasmatica, bloccando l’entrata dei virus e contribuendo a impedire l’insorgenza di processi infettivi, soprattutto in caso di Herpes Simplex, HIV e Citomegalovirus.

Un’ulteriore importante funzione svolta dalla lattoferrina è quella antinfiammatoria. In condizioni patologiche l’aumentata concentrazione di ferro va ad innescare meccanismi pro-infiammatori: vengono richiamati neutrofili nel sito d’infiammazione e vengono prodotte citochine pro-infiammatorie. I neutrofili a loro volta richiamano la lattoferrina, che contribuisce al rientro della condizione patologica, chelando l’eccesso di ferro. Quindi la lattoferrina è in grado di supportare l’azione dei linfociti, regolare la produzione di citochine pro-infiammatorie, supportare l’azione di macrofagi e neutrofili e in tal modo viene bloccato il processo infiammatorio e l’azione delle citochine.

Di recente alcuni studi clinici hanno confermato un probabile funzione della lattoferrina anche nella cura delle patologie neoplastiche.

Un recente studio condotto dall’Università di Tor Vergata ha messo in luce un’evidenza scientifica sull’efficacia della lattoferrina sul Covid-19. Si suppone che la lattoferrina potrebbe agire sul legame tra la proteina spike e l’enzima ACE-2 specifico del coronavirus, oppure bloccherebbe l’ingresso virale ed infine potrebbe inibire la proliferazione virale. Va sottolineato che questo studio, per quanto molto promettente, necessita di ulteriori approfondimenti.

La lattoferrina in natura è presente solo nel latte materno ed in quello dei mammiferi, come il latte vaccino, e non ci sono altri alimenti che la contengono naturalmente motivo per cui assumere la lattoferrina per mezzo degli integratori costituisce un modo efficace di supportare l’organismo e sopperire alle carenze di micronutrienti causate da uno stile di vita poco regolare o da specifici fattori di rischio. Inoltre recenti studi clinici hanno dimostrato che l’attacco della pepsina gastrica nei confronti della lattoferrina produce un residuo peptidico, la lattoferricina, dotato di azione antibatterica molto più spiccata della proteina nativa.

Infine va ricordata l’importante funzione della lattoferrina nel contrastare le infezioni del cavo orale. È ben noto che tutte le mucose umane sono colonizzate da microorganismi commensali non patogeni, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dei microorganismi patogeni. Il cavo orale è di facile accesso ai microorganismi presenti nell’aria, nell’acqua e nei cibi. Alcuni di questi microorganismi sono presenti nel cavo orale in forma transiente (es. Helicobacter pylori), mentre altri lo colonizzano stabilmente. La capacità dei batteri di colonizzare l’ospite dipende dalla disponibilità di nutrienti per la loro crescita, tra i quali il ferro è il più importante.

Il microbiota orale può essere alterato dalla presenza predominante di batteri patogeni. Uno di questi, come il Porphyromonas gingivalis, è responsabile di un alterato metabolismo del ferro, e quindi del peggioramento dei fenomeni di carattere infiammatorio. In casi come questi vi è una scarsità di lattoferrina nella saliva, condizione che favorisce ulteriormente l’accentuarsi della disbiosi orale, con conseguenti patologie, come parodontopatie, gengiviti, patologie infettive ed alitosi. In aggiunta peggiorano la situazione i fenomeni di sanguinamento che apportano ulteriore ferro nel cavo orale disponibile per i batteri patogeni. la lattoferrina, legando il ferro e quindi sottraendolo ai batteri viene a contrastare i processi infiammatori e infettivi.


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La saliva.

Pensare che la saliva sia un semplice liquido che si forma nella nostra bocca sarebbe un grosso errore perché, al contrario, la saliva è una componente fondamentale per il nostro organismo in quanto assicura il corretto svolgimento di diverse funzioni fondamentali per il nostro benessere. La saliva si presenta meno fluida dell’acqua con un aspetto appiccicoso, la sua produzione è continua, maggiormente durante il giorno in quanto viene stimolata dall’assunzione di cibi e bevande mentre di notte la sua produzione diminuisce. Una ridotta produzione di saliva è dovuta anche a particolari stati d’animo come l’emozione o la paura.

In un soggetto sano, ogni giorno vengono prodotti da 1.000 a 1.500 ml di saliva che vengono ingoiati ed i cui componenti vengono assorbiti a livello intestinale. Come altre secrezioni umane, la saliva è prodotta da alcune ghiandole esocrine: le ghiandole salivari che includono le parotidi, le sublinguali e le sottomascellari. Nella saliva sono presenti diversi componenti: ormoni, peptidi, composti inorganici, composti organici e vari enzimi. È ricca anche di sostanze antibatteriche come la lattoferrina, il lisozima, le mucine, le IgA, IgM, IgG, l’alfa-amilasi e composti organici come l’albumina, l’urea, gli acidi urici, i lattati e la creatinina.

Come già premesso sono diverse le funzioni della saliva. Innanzitutto facilita la masticazione, la fonazione e la deglutizione. La saliva ammorbidisce Il cibo rendendolo un composto pastoso detto “bolo” molto più semplice da deglutire. La saliva funge da unguento per il cavo orale facilitando non solo la deglutizione, ma fungendo da schermo protettivo all’intera struttura della bocca e della laringe. La salivazione aiuta ad eliminare i residui di cibo contribuendo alla pulizia del cavo orale e contrasta l’attacco degli acidi e degli zuccheri.

I minerali presenti nella saliva consentono di riparare lo smalto dei denti attivando un naturale processo di mineralizzazione, inoltre il muco contenuto nella nostra saliva sarebbe in grado di stimolare i neutrofili a difesa contro i batteri patogeni e accelerando la guarigione delle ferite. Il vecchio detto “leccarsi le ferite” avrebbe una base scientifica come dimostrato in uno studio condotto da un’équipe di ricercatori della Lund University e pubblicato sulla rivista Blood Journal.

In alcuni casi si possono verificare delle alterazioni della saliva sia in senso quantitativo e sia qualitativo: può diventare più densa a causa di alcune malattie e può subire delle alterazioni a causa di squilibri ormonali o per il consumo di determinati farmaci.  Si ha scialorrea quando c’è un’eccessiva produzione di saliva che non si riesce a trattenere in bocca,  al contrario si chiama xerostomia la condizione caratterizzata da un flusso salivare ridotto o del tutto assente. La saliva rappresenta un importante elemento di identificazione in quanto con essa è possibile effettuare analisi sul DNA, effettuare test alcolici o indagare l’eventuale assunzione di sostanze stupefacenti. Inoltre, attraverso l’esame della saliva è possibile effettuare esami per specifiche indagini come il test per HIV o per l’epatite C. Recentemente l’analisi della saliva viene considerata un metodo non invasivo per monitorare lo stato di salute e per prevenire lo stato patologico in un soggetto.

Infine, secondo uno studio condotto all’Istituto nazionale di malattie infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma, in collaborazione con l’ospedale pediatrico Bambino Gesù della Capitale, lo University College di Londra e l’azienda italiana DiaSorin, si è dimostrato che il campione salivare è una valida alternativa al tampone naso-faringeo per la diagnosi molecolare di Covid-19. A tal proposito il Ministero della Salute ha emanato la circolare 21675-14/05/2021-DGPRE-DGPRE-P.


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La deglutizione.

La deglutizione è una funzione molto complessa che permette la progressione e il trasporto del bolo alimentare o dei liquidi dalla cavità orale verso le vie digestive inferiori. È un atto in cui intervengono muscoli e nervi e può avvenire sia volontariamente quando decidiamo di assumere degli alimenti ed anche in modo passivo per via di stimoli dovuti alla presenza delle secrezioni salivari nel cavo orale. Sicuramente non tutti sanno che alcuni studiosi hanno calcolato che vengono mediamente eseguiti più di 1000 atti deglutitori in una sola giornata.

La deglutizione viene suddivisa in 3 fasi che prendono il nome dalla parte anatomica interessata e che si susseguono cronologicamente: 1) fase orale, 2) fase faringea e 3) fase esofagea. La fase orale è di tipo volontario mentre le altre due fasi sono di tipo involontario.

La funzione neuromuscolare della deglutizione si modifica con la crescita di un individuo, passando da una deglutizione di tipo infantile a quella adulta o matura. Il graduale cambiamento avviene intorno ai due anni quando la maggior parte dei bambini portano a compimento le tappe fondamentali per il passaggio da una deglutizione infantile ad una deglutizione matura. Nel lattante la deglutizione è caratterizzata da un’azione di succhiamento alla ricerca del capezzolo. Nello specifico, il neonato deglutisce senza alcun contatto labiale, non avviene l’attivazione della muscolatura masticatoria, le arcate dentarie sono semiaperte e la mandibola sollevandosi spinge la lingua verso l’alto ed infine la punta della lingua si ricurva e comprime il capezzolo contro il palato duro. Il momento cardine per il passaggio ad una deglutizione di tipo adulto è costituito dall’eruzione degli incisivi superiori e inferiori che vanno a ridurre lo spazio disponibile per la lingua ed è il momento in cui si ha il passaggio ad un’alimentazione di tipo solido. Contestualmente avviene uno sviluppo neuromuscolare che concorre alla maturazione della deglutizione. Sia durante la deglutizione come anche a riposo la lingua assumerà una postura corretta posizionandosi sempre sulle rughe palatali dietro gli incisivi superiori senza mai spostarsi in avanti o lateralmente. Quando, per vari motivi, non avviene la maturazione della deglutizione avremo una deglutizione atipica.

dott. S. Cefola


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Indicazioni operative per l’attività odontoiatrica durante la fase 2 della pandemia Covid-19.

La pandemia da corona-virus è, ancor oggi, di grande attualità. Fortunatamente le recenti varianti, a fronte di un’alta contagiosità, non comportano le nefaste conseguenze come quelle dovute al contagio con il primo corona-virus. Assicurare un’attività odontoiatrica in sicurezza rimane presupposto fondamentale per la sicurezza dei nostri pazienti e dei nostri collaboratori. E’ opportuno quindi rispolverare il documento “Indicazioni operative per l’attività odontoiatrica durante la fase 2 della pandemia Covid-19” realizzato nel maggio del 2020 dal Tavolo tecnico di odontoiatria.

Il documento, validato dal Comitato tecnico scientifico, indica gli standard minimi di sicurezza che gli studi odontoiatrici dovranno adottare per ridurre al minimo il rischio di trasmissione di infezione in ambito odontoiatrico, poiché ogni paziente va considerato come potenzialmente contagioso. Non adottare questi standard minimi significherebbe non poter garantire la sicurezza dei nostri pazienti e di noi stessi operatori. La descrizione delle procedure di sicurezza sono corredate di grafici, tabelle riassuntive, questionari per il triage telefonico e quello in studio, esempi operativi di informazione e consenso.

Qui di seguito il link per visionare il testo di  “Indicazioni operative per l’attività odontoiatrica durante la fase 2 della pandemia Covid-19”.

https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2917_allegato.pdf


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La genetica può amplificare gli impatti negativi dell’obesità sulla malattia parodontale.

Alcuni studi hanno mostrato come gli individui con un alto indice di massa corporea siano più predisposti a sviluppare la malattia parodontale. Essere in sovrappeso o soffrire di diabete può anche pregiudicare la risposta alle terapie non chirurgiche. Sulla scia di queste scoperte, uno studio recentemente pubblicato ha suggerito che gli individui in sovrappeso, soprattutto uomini, con una specifica variante genetica corrono un ulteriore rischio di sviluppare la parodontite. Per valutare se specifiche varianti del gene interleukin-1 (IL-1), conosciute per aumentare la gravità della parodontite, influenzano l’associazione tra l’obesità e la parodontite stessa, è stato raccolto il DNA di 292 uomini (tra i 29 e i 64 anni) per un periodo fino a 27 anni consecutivi. L’analisi ha messo in luce significative interazioni tra le variazioni genetiche IL-1 e l’obesità, diagnosticando un aggravamento della parodontite. Gli individui che erano sia obesi che IL-1 positivi hanno dimostrato il 70% di possibilità in più di contrarre la malattia. «Lo studio fornisce ulteriori prove riguardo al fatto che pazienti obesi o in sovrappeso e IL-1 positivi hanno bisogno di cure dentali più intense», ha detto Mark B. Carbeau, CEO di Interleukin Genetics. «Basandoci su queste scoperte sviluppiamo il nostro prodotto tenendo conto dei maggiori rischi di questa fascia della popolazione».
Lo studio è stato condotto presso la Boston University Henry M. Goldman School of Dental Medicine in collaborazione con la Interleukin Genetics, compagnia specializzata nella genetica delle infiammazioni croniche. L’azienda sviluppa e promuove una serie di test genetici per malattie croniche come PerioPredict, un test per la malattia periodontale introdotto nel 2013. Lo studio, intitolato «Influence of obesity on periodontitis progression is conditional on IL-1 inflammatory genetic variation», è stato pubblicato online il 19 agosto sul Journal of Periodontology, pubblicazione ufficiale della American Academy of Periodontology.

tratto da Dental Tribune International


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Protesi dentali ed esami radiografici.

Succede frequentemente di chiedersi se è possibile effettuare un esame radiografico avendo una protesi dentale. A tal proposito bisogna fare un distinguo sia riguardo al tipo di esame a cui sottoporsi ed anche al tipo di protesi di cui si è portatori. Premesso che è sempre opportuno consultarsi con il radiologo al quale spetta la decisione finale, va nettamente distinta la risonanza magnetica dagli esami effettuati con raggi X. Regola generale che vale sempre per ogni tipo di esame è quella di lasciare nello spogliatoio qualsiasi oggetto metallico che si indossa, dagli orecchini alla protesi mobile. Per gli esami con raggi X, essere portatori di protesi fissa in metallo ceramica o su impianti, non è una controindicazione. Per quanto riguarda la risonanza magnetica va detto che il paziente non viene sottoposto a raggi X come, ad esempio, durante una TAC ma bensì a un forte campo magnetico. La risonanza è, infatti, una sorta di grande calamita ed è facilmente intuibile che oggetti metallici indossati come catenine, anelli, ecc. possano essere attratti e spostati durante l’esame e quindi, prima dell’esecuzione di una risonanza, è opportuno lasciare nello spogliatoio qualsiasi oggetto metallico per evitare rischi. Controindicazione assoluta alla risonanza magnetica per i portatori di pacemaker perché smetterebbe di funzionare sotto l’azione del campo magnetico. Probabilmente non si potrà effettuare la risonanza magnetica anche quando nel corpo sono presenti schegge metalliche, pallini da caccia, o clips-chirurgiche ferro-magnetiche, in quanto questi oggetti potrebbero essere spostati dal campo magnetico e causare seri danni. Sarà il radiologo a valutare se effettuare o meno l’esame in presenza di tatuaggi colorati poiché gli inchiostri colorati possono contenere metalli. Dubbi possono sorgere nel caso in cui si sia portatori di protesi dentali fisse e impianti che non possono essere rimossi. Si può affermare che le protesi dentali non costituiscono controindicazione in quanto i metalli presenti nella struttura delle protesi generalmente non sono magnetici, stesso discorso per gli impianti dentali in quanto il titanio, di cui sono costituiti, è un metallo inerte a-magnetico che quindi non risente dei campi magnetici. In conclusione protesi fisse ed impianti non costituiscono controindicazione alla risonanza magnetica anche se in alcuni casi, soprattutto nel caso di esami cerebrali, la qualità della scansione può essere influenzata e di conseguenza si possono avere delle alterazioni delle immagini.

Dott. Savino Cefola 


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La sterilizzazione.

Un aspetto determinante per la qualità delle prestazioni sanitarie erogate è il processo di sterilizzazione che viene attuato nel presidio sanitario. La sterilizzazione va intesa come il risultato finale di un processo che, anche grazie all’avanzare della tecnologia, tende a garantire la condizione in cui la sopravvivenza dei microrganismi è altamente improbabile. Una corretta procedura di sterilizzazione è condizione imprescindibile per garantire e tutelare la salute dei pazienti e degli stessi operatori. La necessità di attuare un corretto protocollo di sterilizzazione è dettata innanzitutto dall’etica professionale oltre che morale, ma anche le leggi vigenti sono molto chiare e stringenti sulle procedure di sterilizzazione. La legge regolamenta sia le procedure di sterilizzazione degli articoli critici (strumenti e oggetti introdotti nel sangue o in aree del corpo normalmente sterili o che vengono a contatto con cute e mucose non integre) che quelle per gli articoli semi critici (strumenti e oggetti che vengono a contatto con mucose integre). In definitiva, per legge, sono regolamentate tutte le varie fasi della sterilizzazione a partire dalla decontaminazione preventiva (l’art. 2 del Decreto del Ministero della Sanità dal 28/09/1990) fino alla conservazione degli oggetti trattati per impedirne la contaminazione. Va ricordato che per legge la procedura di sterilizzazione deve essere compiuta garantendo la sicurezza degli operatori e quindi viene prescritto l’uso dei DPI (dispositivi di protezione individuali) come guanti, indumenti protettivi, mascherine oro-nasali, occhiali protettivi, ecc.

Volendo schematizzare le varie fasi della procedura di sterilizzazione possiamo riassumerle in 5 punti fondamentali:

  1. Decontaminazione che ha lo scopo di ridurre la carica microbica presente sugli strumenti rendendo meno rischiosa la manipolazione da parte degli operatori proteggere l’operatore, permette inoltre una rimozione di residui organici presenti sugli strumenti stessi e rendere quindi l’azione sterilizzante più efficace.
  2. Detersione cioè lavaggio degli strumenti devono con appositi detergenti per eliminare i residui di sporco e le sostanze organiche presenti. Questo processo può essere eseguito a mano quando non si dispone di macchine apposite la detersione e segue un preciso protocollo. Meglio la detersione con ultrasuoni che consente di limitare la manipolazione da parte dell’operatore; avviene attraverso un processo di cavitazione che permette la pulizia anche di zone di difficile accesso quali interstizi o corpi cavi, l’azione della soluzione disinfettante è esaltata inoltre dalla possibilità di innalzare la temperatura. L’azione degli ultrasuoni, del disinfettante e la possibilità di portare lo stesso ad una temperatura ideale di 40-45 °C permettono una disinfezione in soli 15 minuti riducendo dell’80% i tempi necessari. Gli ultrasuoni permettono di riunire la fase di disinfezione e di detersione. Ancor meglio la detersione con il termodisinfettore, un apparecchio che consente di riunire la fase di disinfezione, detersione e lavaggio. Viene eseguito un ciclo di 10 minuti a 93 °C con soluzioni detergenti e disinfettanti. Il risciacquo e l’asciugatura sono spesso compresi nel ciclo.
  3. Risciacquo per asportare il disinfettante usato durante la detersione e per allontanare eventuali residui di materiale biologico. Gli strumenti vanno risciaquati sotto acqua corrente o ancor meglio con acqua sterile.
  4. Asciugatura da eseguire in modo accurato per garantire una migliore conservazione. È preferibile asciugare con salviette monouso, oppure con teli morbidi e puliti, oppure con aria compressa. Durante la fase di asciugatura va eseguito sia il controllo macroscopico degli strumenti sia una eventuale manutenzione degli strumenti che la richiedano come la lubrificazione.
  5. Confezionamento che prevede un ultimo controllo per verificare l’eventuale presenza di contaminanti, successivo imbustamento e chiusura delle varie buste tramite termosaldatura utilizzando le apposite termosigillatrici. Per finire il caricamento dell’autoclave seguendo scrupolosamente le prescrizioni atte a garantire l’efficacia della sterilizzazione.

Diventata ormai obsoleta la sterilizzazione con calore secco, gli attuali protocolli prevedono l’utilizzo del calore umido saturo e quindi dell’autoclave. La sterilizzazione mediante autoclave è quella più diffusa essendo poco costosa e non tossica e data la sua buona capacità di penetrazione.

Perché la sterilizzazione avvenga il vapore deve penetrare in tutte le parti del materiale e starvi in contatto per un certo tempo e non devono esser presenti sacche d’aria. Allo scopo di definire i parametri corretti per raggiungere tale obiettivo la Commissione Tecnica Europea ha provveduto alla stesura di un documento siglato UNI EN 13060 che definisce tre classi di processo di sterilizzazione in relazione alla capacità di sterilizzare e di asciugare vari tipi di carico.

Le tre classi definite nella norma UNI EN13060 sono:

  • Type B (B sta per big sterilizers)è un ciclo del tutto simile ai cicli eseguiti dai grandi sterilizzatori ospedalieri permette di sterilizzare e asciugare tutti i tipi di carichi definiti nella norma.
  • Type N (N sta per naked) è un ciclo che è in grado di sterilizzare solo strumenti solidi (non cavi) non imbustati, questo tipo di ciclo non permette lo stoccaggio degli strumenti.
  • Type S (S sta per specified) è un ciclo tra l’N e il B, il produttore deve dichiarare quali carichi si possono sterilizzare utilizzando quel ciclo e se lo stesso sia in grado o meno di asciugare i carichi specificati.

La normativa stabilisce anche le categorie di carico in base alla difficoltà d’esposizione al vapore saturo:

  • Solidi, senza spazi cavi.
  • Cavi tipo A, con spazi cavi profondi e stretti (il cui rapporto diametro/profondità varia da 1/5 a 1/750, secondo la norma UNI EN 13060).
  • Cavi tipo B, con spazi cavi poco profondi e larghi.
  • Porosi, ovvero carichi complessi che trattengono aria prima del ciclo e umidità dopo.

E’ evidente che i materiali più facili da sterilizzare sono i solidi non confezionati, al contrario i più complessi sono i porosi confezionati. Le classi di autoclavi si differenziano proprio per la capacità di gestire i diversi carichi. Le autoclavi di classe B sono in grado di sterilizzare qualunque tipo di carico, le autoclavi classe N solo i carichi solidi non imbustati, le autoclavi classe S riempiono il vuoto fra la B e la N e deve essere specificato dal costruttore la loro capacità. L’avere acquistato e installato una buona autoclave non garantisce che il ciclo effettuato sia stato veramente efficace. Per essere sicuri dell’efficienza dell’autoclave questa deve essere soggetta a manutenzione regolare e ne va valutata la sua efficacia attraverso appositi test.

I test da effettuare per confermare l’efficacia del processo di sterilizzazione sono:

  • Prova de vuoto (test di tenuta del vuoto), per le autoclavi di classe B, per verificare il grado di vuoto raggiunto e la sua durata e che questi siano sufficienti. Solitamente le sterilizzatrici stampano un esito del test. Questo è un test giornaliero che si effettua ad avvio della sterilizzatrice, prima di iniziare i cicli di sterilizzazione.
  • IL Helix-Test che consente di rilevare la forza di penetrazione del vapore all’interno della camera e la totale espulsione dell’aria al suo interno. È un test giornaliero che si effettua dopo la prova del vuoto e prima del normale utilizzo dell’autoclave, questo test deve essere effettuato negli studi odontoiatrici in quanto vi é presenza di strumenti con cavità di tipo “A”, cioè avente una certa lunghezza e diametro della cavità (vacui vuoti con lumi molto fini e di profondità ragguardevoli quali i manipoli). Il Helix-test deve essere eseguito ogni volta che viene avviata l‟autoclave.
  • L’Indicatore chimico di sterilità che va introdotto all’interno di una confezione, nelle stesse condizioni del materiale che si sterilizza. Con questo test vengono misurati i parametri: temperatura, pressione e tempi di esposizione. Inoltre, le buste stesse devono avere un indicatore chimico di processo al fine di verificare se la confezione è stata esposta ad un ciclo di sterilizzazione o meno.
  • L’indicatore biologico da effettuare almeno una volta all’anno.

Se si considera che il processo di sterilizzazione ha un’importanza estrema nel prevenire la trasmissione delle possibili infezioni e che gli operatori addetti al processo di sterilizzazione devono essere opportunamente formati, appare difficile comprendere il perché non sia previsto per legge un percorso formativo  dedicato alle ASO (assistenti degli studi odontoiatrici) che sono a tutti gli effetti le responsabili delle procedure di sterilizzazione. Sarebbe auspicabile che al più presto sia colmato questo vulnus legislativo come pure sarebbe opportuno che gli organi ispettivi, oltre a verificare la compilazione del Documento di Valutazione dei Rischi o l’affidamento d’incarico al Medico Competente o la presenza di farmaci scaduti siano attenti a verificare le procedure di sterilizzazione al fine di raggiungere due importanti obiettivi: salvaguardare, ove ce ne fosse necessità, la salute dei pazienti e degli operatori subordinati da un lato e dall’altro far emergere i casi di malpractice che tanto male fanno a chi è ligio alle normative vigenti dedicando tempo e risorse per raggiungere buoni standard qualitativi delle prestazioni erogate  che non possono prescindere dalle buone procedure di sterilizzazione.

Dott. Savino Cefola e A.S.O. Jenny Ricco

vedi: Linee guida sull’attività di sterilizzazione quale protezione collettiva da agenti biologici per l’operatore nelle strutture sanitarie (D.Lgs 81/2008 e s.m.i.)

vedi: Linee guida per una corretta procedura di sterilizzazione a vapore.


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Alimenti cariogeni e cariostatici.

Una corretta alimentazione influenza positivamente la salute generale. Ed è fortemente influenzata anche la salute dei denti e, a seconda dei casi, la dieta può prevenire o favorire la formazione della carie. Per salvaguardare il benessere e la bellezza dei denti, ma anche dei tessuti gengivali, l’alimentazione è davvero fondamentale. Consumare cibi freschi, ricchi di vitamine specie C e D ma anche sali minerali insieme ad una corretta igiene orale sono aspetti molto importanti per scongiurare non solo infezioni e patologie del cavo orale ma anche altri problemi di salute. Esistono infatti alcuni alimenti, detti cariogeni, non salutari per i nostri denti in quanto possono provocare erosione dello smalto e favoriscono la crescita dei  batteri responsabili della carie. Tali alimenti sono caratterizzati dall’alto contenuto in zuccheri e dal ph acido. Sono ancor più dannosi per i denti quando hanno una consistenza morbida e appiccicosa. Pertanto gli alimenti più cariogeni in assoluto sono quelli acidi e zuccherati come molte bevande gassate e quelli ricchi di zuccheri  e appiccicosi come il caramello, le marmellate, le caramelle gommose, i lecca-lecca, il torrone, ecc.. Gli alimenti zuccherini che tendono ad attaccarsi ai denti come il sono molto pericolosi perché permangono più a lungo all’interno del cavo orale esponendo i denti all’attacco degli acidi.

Oltre al tipo di alimento, è molto importante considerare anche il momento della giornata in cui lo si consuma, la frequenza e l’associazione con altri cibi. Non è il caso di abolire completamente questi alimenti ma sarebbe il caso di prendere qualche piccola precauzione: gli alimenti cariogeni andrebbero consumati solo se è possibile lavarsi i denti e si dovrebbe evitare il consumo di questi alimenti come merenda o come spuntino fuori casa, o a fine pasto nel caso non sia poi possibile lavarsi i denti. E comunque è preferibile consumare alimenti cariogeni in modo saltuario infatti, più che la quantità di zuccheri del singolo pasto è molto più importante la frequenza di consumo dello stesso. Per esempio, se consideriamo che il mangiare una caramella  crea un ambiente acido che favorisce l’aggressione dello smalto, è sicuramente meno dannoso mangiare 4 caramelle in una volta sola che 4 caramelle in 4 momenti diversi della giornata. Dopo aver consumato alimenti cariogeni è consigliabile consumare cibi che proteggono i denti, detti non cariogeni come la frutta secca a guscio (noci, mandorle, ecc..), frutta fresca non acida (mele o pere meglio se con la buccia), verdure crude, formaggi stagionati e latticini.

Per quanto riguarda gli zuccheri vanno fatte alcune considerazioni:

·         Gli zuccheri più cariogeni sono quelli semplici, come il saccarosio, il glucosio ed i derivati industriali. Tuttavia non è sufficiente limitare l’assunzione diretta di zucchero per prevenire la carie in quanto oggigiorno il saccarosio è diventato l’ingrediente fondamentale di molti alimenti. Si trova nelle bibite, nei dolciumi, nelle pastine, e persino nei cereali per la prima colazione. La limitazione del consumo è quindi difficilmente controllabile.

·         Se è vero che gli zuccheri semplici vengono rapidamente utilizzati dalla flora batterica è altrettanto vero che gli alimenti contenenti carboidrati complessi possono essere ugualmente pericolosi. Secondo recenti ricerche viene data più importanza al tempo di permanenza del cibo all’interno della bocca rispetto alla quantità di zucchero in esso contenuta.

·         In natura esistono degli zuccheri con potere cariogeno molto basso o addirittura assente. Tra i più diffusi va ricordato il fruttosio ed i polialcoli.  Questi ultimi hanno tra l’altro un potere calorico inferiore allo zucchero, non sono tossici e sono consigliati nei diabetici ed in caso di sovrappeso. Alcuni di questi dolcificanti espletano addirittura un’azione positiva come per esempio lo xilitolo che, con la sua forte attività antibatterica, è in grado di previene la carie.

Poiché la carie non è altro che un’infezione provocata da alcuni microrganismi che popolano il cavo orale e che lo sviluppo e la proliferazione di questi batteri è favorito dai residui di cibo che rimangono negli interstizi tra i denti, è importante associare ad un’alimentazione adeguata una corretta igiene orale. I batteri vivono in colonie situate sulla parete esterna dei denti, formando la cosiddetta placca batterica, e come tutti gli organismi viventi anche i batteri hanno bisogno di cibo per sopravvivere. Trovano terreno fertile nei residui alimentari che rimangono tra i denti. In particolare le sostanze nutritive preferite dai batteri sono gli zuccheri che vengono utilizzati e trasformati in acido lattico, un prodotto di rifiuto in grado di intaccare lo smalto dentale e causare la carie. Gli alimenti zuccherini hanno pertanto un ruolo determinante nella formazione della carie. Maggiore sarà la permanenza di questi cibi nel cavo orale e maggiore sarà il rischio di sviluppare tale patologia. Particolare attenzione va posta rispetto ai bambini e agli adolescenti in quanto si è maggiormente esposti al rischio di carie sia per fattori costituzionali (minore mineralizzazione dentale) che alimentari (maggior propensione al consumo di zuccheri). Si calcola che entro i 6 anni di età, quasi i due terzi dei bambini sviluppino almeno una carie. In ogni caso, senza troppi divieti per il bambino, è fondamentale imporre ed insegnare l’importanza di una corretta igiene orale. Al giorno d’oggi, se consideriamo che molto spesso nella dieta sono presenti succhi, tisane, minestre e frullati, ne consegue che gli stimoli sui denti sono inferiori rispetto al passato. Poiché la mineralizzazione dei denti è stimolata dalle sollecitazioni meccaniche della masticazione, soprattutto nel periodo della crescita, è opportuno masticare bene e a lungo, sia per rafforzare i denti, sia per migliorare la funzionalità digestiva. Per quanto riguarda il chewing-gum, va detto che potrebbe avere una certa utilità nella prevenzione della carie anche se va sottolineato che non può e non deve sostituire la pulizia dei denti con spazzolino e filo interdentale. Da preferire quelle contenenti sostanze protettive come il fluoro o lo xilitolo, ovviamente da evitare tutte quelle contenenti zucchero. La masticazione del chewin-gum stimola la salivazione che contiene sostanze antibatteriche e stimola il riequilibrio del pH orale alcalinizzandolo.

In conclusione la prevenzione della carie vede due aspetti fondamentali: la corretta igiene orale ed un’alimentazione corretta che privilegi i cibi non cariogeni e cario statici senza rinunciare in modo assoluto ai cibi potenzialmente cariogeni che andrebbero assunti adottando le opportune contromisure.

 

Dott. Savino Cefola e Dott.ssa Antonia Sinesi


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Abitudini alimentari per la nostra salute.

Una sana alimentazione è essenziale per il mantenimento del nostro buono stato di salute, e ciò dovrebbe essere la nostra assoluta priorità per prevenire tutta una serie di malattie. Inoltre nella grande maggioranza delle malattie è impossibile raggiungere risultati soddisfacenti senza seguire una corretta alimentazione. Questo è un concetto molto semplice, logico e scontato, conosciuto del resto sin dall’antichità infatti Ippocrate diceva: “Lascia che il cibo sia la tua medicina”.
Sebbene il “mangiare” svolga, a parere di alcuni, una sorta di funzione “gratificante”, essenzialmente mangiamo per tenerci in vita in quanto, con gli alimenti, vengono apportati al nostro organismo le sostanze nutrienti che svolgono un’azione “strutturale” ed “energetica”. “Strutturale” in quando rappresentano i “mattoncini” delle strutture del nostro organismo alcune delle quali, si deteriorano in continuazione, ed alcune anche molto velocemente come la pelle, alcune componenti del sangue, i muscoli, i tendini, i capelli ecc… Tutte queste parti del corpo devono subire continue riparazioni e sostituzioni. “Energetica” in quanto forniscono la “benzina”, cioè l’energia per fare funzionare il tutto. Va da sé che se si introducono alimenti di pessima qualità, la natura dovrà attingere ad essi per assolvere a tutti i processi vitali. Dopo un certo periodo di tempo, il corpo diventerà una sorta di “pattumiera”, con abbondanza di scorie a volte pericolosissime e scarsità o, ancor peggio, mancanza dei componenti nobili indispensabili per una corretta fisiologia del nostro organismo. E se l’adulto mangia per avere la capacità di riparare le strutture danneggiate e l’energia per vivere, il bambino deve anche crescere, cioè deve produrre nuovi tessuti per fare allungare le ossa, i muscoli, la pelle, i nervi, produrre sangue e così via, quindi ha maggiori esigenze e incamera più sostanze degli adulti. Un’alimentazione scorretta nei bambini costituisce un problema più grave che nell’adulto.
Tempo fa, la cultura e l’esperienza degli anziani associata ad una vita semplice e cibi genuini, scongiurava la possibilità di incorrere in grossolani errori alimentari.
Nella società moderna, la pubblicità gioca un ruolo determinante e molto spesso fuorviante: i messaggi non sono imparziali, ma quasi sempre guidati più dagli interessi di mercato piuttosto che dal desiderio di informare correttamente gli utenti. L’esperienza quotidiana ci evidenzia bambini sovraccaricati da diete improprie, che si alimentano di merendine, creme, dolciumi ed alimenti ipercalorici pre-confezionati e spesso non assumono alcun tipo di vegetale o di frutta. Non a caso questi piccoli pazienti mostrano spesso dei quadri di intossicazione ed acidificazione tissutale che comportano una marcata fragilità biologica, tendenza alle infezioni recidivanti, patologie allergiche e dermatologiche. Per assurdo l’Italia, patria della salutare “dieta mediterranea”, è ai primi posti in Europa per l’obesità infantile La Società italiana di Pediatria ha ripetutamente evidenziato questa situazione e avverte che l’80% dei bambini sovrappeso diventeranno adulti obesi con minore aspettativa di vita (circa -10 anni) oltre che, con molta probabilità, potranno sviluppare in età adulta molte gravi malattie (diabete, ipertensione, malattie cardiache etc.).

Cosa mangiare?
L’ideale è tornare ad un’alimentazione semplice, di cui la “dieta mediterranea”, ricca in frutta, verdura, legumi, cereali rappresenta un modello per tutto il mondo. Occorre quindi limitare il consumo di carne, e ridurre al minimo quello di insaccati, zucchero bianco, formaggi stagionati, strutto, burro, maionese, margarina, superalcolici. Nei bambini limitare al massimo l’uso di creme al cioccolato e dolci. Andrebbero ridotte se non eliminate del tutto, le merendine e le bevande gassate dolci poiché contengono grandi quantità di zuccheri e grassi animali idrogenati che apportano molte inutili calorie.
Quando mangiare?
Osservando il nostro equilibrio acido-basico si osserva che c’è l’alternanza di una fase fisiologica di “acidosi” che va dalle prime ore del mattino sino alle ore 15.00 seguita da una fase di alcalosi tra le 15.00 e le 03.00. Durante la fase acida, il nostro organismo è in grado di digerire ed assimilare i nutrienti al meglio, mentre si trova in difficoltà durante quella alcalina. Questo “timing” costituisce un cardine fondamentale per una corretta alimentazione e, del resto, questo aspetto era noto già nei tempi andati e stigmatizzato nel detto popolare: “come un re a colazione, come un principe a pranzo e come un povero a cena”. Tradotto nella pratica significherebbe abbondanza a colazione, moderazione a pranzo e limitazione a cena. Appare subito evidente che tale assunto va a scontrarsi con lo stile di vita odierno, che ci porta a mangiare poco o niente a colazione, un panino a pranzo per poi sfogare la nostra fame la sera a cena. E questo sfasamento tra la fisiologia del nostro organismo e le abitudini alimentari moderne è alla base di una serie di patologie digestive (il nostro corpo non è fatto per le cene abbondanti) caratterizzate da difficoltà digestiva, iperacidità, insonnia notturna e, non ultima, una tendenza anomala all’aumento di peso!
Cosa fare?
• Riequilibrare il “timing” alimentare migliorando la qualità della colazione e del pranzo e rendendo la cena il più frugale possibile.
• Evitare l’associazione di cibi proteici con i carboidrati per limitare i fenomeni fermentativi e putrefattivi intestinali che sovraccaricano la digestione ed, in particolare, il fegato.
• Cercare di assumere le proteine a colazione e pranzo, riservando i carboidrati alla cena possibilmente seguiti da verdure che, rallentandone l’assorbimento, abbassano l’indice glicemico riduce il pericolo di ingrassare.
• Avere un’adeguata idratazione, che, accompagnata eventualmente da prodotti drenanti, aiuta il nostro corpo a liberarsi dall’accumulo di tossine.

Ciò che conta è mangiare bene nel quotidiano potendosi concedere occasionali “peccati di gola” per consentire al cibo di svolgere la sua “azione consolatoria” e “gratificante” sulla nostra psiche. Pertanto la cioccolata o le merendine date occasionalmente, la cena “una tantum” a base di formaggi pregiati e di affettati non sono dannosi e possono fare parte delle nostre abitudini. L’importante è che sia veramente “una tantum”.

dott. Savino Cefola


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Salute orale in gravidanza.

Aspettare un bambino è sicuramente un momento magico e fondamentale nella vita di una donna. In questo periodo delicato non va assolutamente trascurata la bocca e l’igiene orale, che se tralasciata può condurre a problematiche importanti sia per la futura mamma che per il bimbo. Durante la gravidanza e l’allattamento è infatti dimostrato un netto incremento di problematiche odontostomatologiche. Frequenti sono la comparsa di gengiviti, sanguinamento sia spontaneo che provocato, aumento di sensibilità dentaria e altri fastidi di vario tipo. Questi segni e sintomi non vanno sottovalutati per evitare lo sviluppo di patologie più serie come la parodontite, infezione batterica che colpisce i tessuti di supporto del dente e può portare, se non trattata adeguatamente, ad un marcato riassorbimento osseo e in extremis alla perdita di uno o più elementi dentari. Inoltre. la presenza di parodontite nella futura mamma può mettere a rischio la procreazione, in quanto è stata recentemente dimostrata una nuova associazione tra parodontite ed infertilità femminile. In uno studio australiano pubblicato nell’agosto del 2011 viene appunto mostrato come le donne affette da infezioni parodontali richiedano in media 2 mesi in più per rimanere incinta, con lo stesso fattore di rischio quindi delle donne obese. Durante la gravidanza il corpo della donna è sottoposto a mutamenti necessari per adattarsi alla nuova situazione e permettere il corretto sviluppo del feto. Particolare importanza ha l’aumento del circolo sanguigno, che conduce ad una marcata vasodilatazione e che a livello gengivale comporta un rigonfiamento e maggiore rossore delle stesse. Se non viene eliminata correttamente la placca batterica, questa situazione normalmente parafisiologica porta velocemente ad una marcata gengivite e talvolta alla comparsa di escrescenze alquanto fastidiose, che vengono eliminate dal dentista possibilmente col laser, evitando in questo modo la somministrazione di anestetico, che può essere pericoloso per la donna in dolce attesa.
Un altro fattore importante è la comparsa di numerosi sbalzi ormonali (alte concentrazioni di progestinici, da 10 a 30 volte superiori al ciclo mestruale) che incidono anche sul sistema immunitario, che diventa momentaneamente più debole. In pazienti predisposte alla patologie parodontali, o con parodontite lieve, questo momento, unito alla gengivite gravidica e alla non corretta igiene orale, può condurre rapidamente all’instaurarsi di una parodontite conclamata con gravi danni a livello del supporto dentale (anche in presenza di una minima quantità di batteri), con aumento della mobilità dentaria e perfino con la perdita di alcuni denti.
La presenza di piorrea in gravidanza è stata negli ultimi anni correlata, da numerosi studi clinici, ad un maggiore rischio di parto prematuro (circa 37 giorni prima del termine) e di nascita del bambino sottopeso (2,5 kg, sotto la media). Questa correlazione a cosa è dovuta? E’ stato dimostrato come nei tessuti placentari di soggetti affetti da parodontite siano presenti antigeni del Porphyromonas Gingivalis, batterio correlato strettamente all’infezione parodontale, segno che la placenta può essere bypassata da questi microrganismi che, entrando in contatto con la barriera amniotica, producono tossine. Il corpo, rispondendo con la produzione di sostanze infiammatorie, può portare ad un aumento dello stress fisico tale da condurre anticipatamente al parto. Da segnalare, inoltre, come la presenza di una parodontite. quindi di un’infezione nella bocca della mamma. potrà portare alla contaminazione precoce della bocca del piccolo appena nato con fastidiose conseguenze.
La gengivite trascurata, oltre che alla trasformazione in piorrea, può portare a lesioni localizzate più gravi ma per fortuna rare, come l’epulide gravidica che va rimossa chirurgicamente oppure col laser ad alta potenza. E’ quindi chiaro come sia veramente importante curare l’igiene orale in gravidanza per prevenire problematiche alle gengive ma anche ai denti, in quanto aumenta in maniera significativa anche il rischio di carie dentaria. Per questo motivo, se possibile, sarebbe buona norma effettuare un check-up completo della bocca prima di programmare la gravidanza, al fine di eliminare e prevenire gli eventuali problemi che potrebbero sopraggiungere.
Quindi ecco cosa fare durante la gravidanza
E’ necessario contattare il dentista e pianificare una seduta di igiene orale e profilassi durante il 2° o 3° mese; durante la seduta va richiesto di verificare la presenza di alcune problematiche dentali (carie o altro), che potranno essere trattate in sicurezza durante il secondo trimestre di gravidanza o tenute sotto controllo fino al termine della stessa. Andrà quindi controllato attentamente lo stato di salute delle gengive, con una sonda millimetrata, al fine di verificare l’eventuale presenza di tasche parodontali superiori ai 4mm. In presenza di segni di parodontite, va programmata un’indagine diagnostica più approfondita (sondaggio completo, analisi genetica e microbiologica), tralasciando chiaramente la radiologia, e pianificata al più presto una terapia non invasiva. L’approccio col laser e microscopio, in quanto non chirurgico e praticamente indolore, può essere effettuato in sicurezza e con ottimi risultati anche nelle pazienti gestanti, così come nei pazienti anziani o con patologie sistemiche. Qualora non ci siano segni di parodontite, verrà programmata una seconda seduta di controllo ed igiene verso l’8° mese di gestazione. E’ comunque necessario contattare il dentista immediatamente in caso di comparsa di sanguinamento frequente, eccessivi rigonfiamenti gengivali o altri fastidi. Non bisogna infatti avere paura delle visite odontoiatriche durante la gravidanza, in quanto anche qualora siano necessarie anestesie e l’esecuzione di indagini radiologiche, l’avvento della radiologia digitale e l’utilizzo di fiale senza adrenalina hanno decisamente ridotto tutti i possibili rischi.

Ecco ora alcuni consigli pratici da seguire:
• Non fumare. Va evitato il fumo attivo e passivo per almento i 9 mesi di attesa.
Il fumo porta ad una riduzione dell’ossigeno che giunge al feto, danneggiando la sua formazione. Inoltre, il fumo, unito ad un’alta predisposizione genetica, aumenta di quasi 8 volte il rischio di sviluppare la parodontite.
• Assumere fluoro. Il fluoro rinforza gli elementi dentari contro l’azione dei batteri della carie. Il fluoro può essere assunto con l’acqua minerale (verificare il contenuto di • fluoro sull’etichetta) e con il dentifricio e collutorio (chiedere indicazioni al dentista per i presidi più adatti). Talora può essere indicato eseguire durante la gravidanza una o due sedute di fluoro profilassi professionale per rinforzare i denti, processo indolore e della durata di circa 45 minuti.
• Curare l’igiene orale. Spazzolare i denti almeno 2 volte al giorno per due minuti, usando uno spazzolino morbido, il filo interdentale ed un collutorio a base di fluoro o oli-essenziali per ridurre la placca. Il dentista o igienista saranno lieti di dare indicazioni in merito. A partire dal 7° mese può essere utile effettuare uno sciacquo giornaliero di un minuto con un collutorio a base di clorexidina 0,12%.
• Utilizzare chewing-gum a base di Xilitolo, 2 al giorno, che hanno benefici sullo sviluppo dei denti del nascituro, nonché su quelli della madre.
• Curare l’alimentazione. E’ molto importante integrare correttamente la vitamina C (agrumi, kiwi, pomodori), la vitamina D ed A, e minerali come ferro e calcio (latte, formaggi, yogurt) importante per la mineralizzazione di ossa e denti. In particolare, in gravidanza, il fabbisogno di calcio aumenta a circa 1500mg al giorno.

Tratto da my-personaltrainer