Category Archives: Alimentazione

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lattoferrina

La lattoferrina.

Søren Peter Lauritz Sørensen

Søren Peter Lauritz Sørensen

Si deve ai due chimici danesi Søren Peter Lauritz Sørensen e sua moglie Margrethe Høyrup Sørensen la scoperta della lattoferrina nel 1939.

La lattoferrina è una glicoproteina appartenente alla famiglia delle transferrine ed è il più importante componente delle secrezioni umane. Viene sintetizzata dalle ghiandole esocrine e quindi è presente in diverse secrezioni biologiche. Innanzitutto è presente in alte concentrazioni nel colostro, ma anche, sebbene in minore concentrazione, nelle lacrime, nella saliva, nelle secrezioni bronchiali e nasali, nel liquido sinoviale, nel fluido seminale, nel plasma, nei liquidi gastrointestinali e nel muco vaginale.  Piccole quantità vengono prodotte nei neutrofili quando sono richiamati nei siti infetti ed infiammati.

La lattoferrina, grazie alla sua peculiarità strutturale, assolve alla sua funzione principale quale quella di legare il ferro, trasportarlo nel plasma e regolare la concentrazione del ferro all’interno dell’organismo. L’affinità della lattoferrina per gli ioni ferrici nelle secrezioni o nel circolo è così elevata da garantire che la concentrazione di ferro libero nel corpo non ecceda come potrebbe avvenire a seguito di condizioni patologiche con perdita di sangue o con alterato metabolismo del ferro.

Il ruolo della lattoferrina nella regolazione dell’omeostasi del ferro è fondamentale per il benessere del nostro organismo in quanto notoriamente un eccesso di ferro all’interno delle cellule causa stress ossidativo, a seguito di un aumento delle specie reattive dell’ossigeno, o radicali liberi (ROS) e di conseguenza un aumento dei processi infiammatori. La lattoferrina quindi previene danni cellulari da stress ossidativo.

La Lattoferrina svolge anche una Funzione Antibatterica ed Antimicrobica legata non solo alla sua capacità di legare il ferro, ma anche a meccanismi d’azione indiretti. È ben noto che la capacità dei batteri di colonizzare l’ospite è strettamente dipendente dalla loro capacità di procurarsi adeguate quantità di nutrienti per la crescita. Un meccanismo diretto consiste nel rendere il ferro meno disponibile per diversi microrganismi; difatti la disponibilità di ferro è strettamente correlata con lo sviluppo di batteri, in quanto l’assenza di ferro è un elemento inibente la sopravvivenza di quest’ultimi. Per quanto riguarda i meccanismi antimicrobici indiretti, essi sono dovuti alla presenza di recettori N-terminali per la lattoferrina sulle superfici di molti microrganismi. Nei batteri Gram-negativi il legame tra lattoferrina e tali recettori altera irreversibilmente la struttura del glicocalice batterico con conseguente aumento della sua permeabilità e sensibilità all’azione di enzimi lisosomiali ed agenti antibatterici. La lattoferrina presenta anche un’attività anti-virale in quanto tende a legarsi con i glicosamminoglicani della membrana plasmatica, bloccando l’entrata dei virus e contribuendo a impedire l’insorgenza di processi infettivi, soprattutto in caso di Herpes Simplex, HIV e Citomegalovirus.

Un’ulteriore importante funzione svolta dalla lattoferrina è quella antinfiammatoria. In condizioni patologiche l’aumentata concentrazione di ferro va ad innescare meccanismi pro-infiammatori: vengono richiamati neutrofili nel sito d’infiammazione e vengono prodotte citochine pro-infiammatorie. I neutrofili a loro volta richiamano la lattoferrina, che contribuisce al rientro della condizione patologica, chelando l’eccesso di ferro. Quindi la lattoferrina è in grado di supportare l’azione dei linfociti, regolare la produzione di citochine pro-infiammatorie, supportare l’azione di macrofagi e neutrofili e in tal modo viene bloccato il processo infiammatorio e l’azione delle citochine.

Di recente alcuni studi clinici hanno confermato un probabile funzione della lattoferrina anche nella cura delle patologie neoplastiche.

Un recente studio condotto dall’Università di Tor Vergata ha messo in luce un’evidenza scientifica sull’efficacia della lattoferrina sul Covid-19. Si suppone che la lattoferrina potrebbe agire sul legame tra la proteina spike e l’enzima ACE-2 specifico del coronavirus, oppure bloccherebbe l’ingresso virale ed infine potrebbe inibire la proliferazione virale. Va sottolineato che questo studio, per quanto molto promettente, necessita di ulteriori approfondimenti.

La lattoferrina in natura è presente solo nel latte materno ed in quello dei mammiferi, come il latte vaccino, e non ci sono altri alimenti che la contengono naturalmente motivo per cui assumere la lattoferrina per mezzo degli integratori costituisce un modo efficace di supportare l’organismo e sopperire alle carenze di micronutrienti causate da uno stile di vita poco regolare o da specifici fattori di rischio. Inoltre recenti studi clinici hanno dimostrato che l’attacco della pepsina gastrica nei confronti della lattoferrina produce un residuo peptidico, la lattoferricina, dotato di azione antibatterica molto più spiccata della proteina nativa.

Infine va ricordata l’importante funzione della lattoferrina nel contrastare le infezioni del cavo orale. È ben noto che tutte le mucose umane sono colonizzate da microorganismi commensali non patogeni, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dei microorganismi patogeni. Il cavo orale è di facile accesso ai microorganismi presenti nell’aria, nell’acqua e nei cibi. Alcuni di questi microorganismi sono presenti nel cavo orale in forma transiente (es. Helicobacter pylori), mentre altri lo colonizzano stabilmente. La capacità dei batteri di colonizzare l’ospite dipende dalla disponibilità di nutrienti per la loro crescita, tra i quali il ferro è il più importante.

Il microbiota orale può essere alterato dalla presenza predominante di batteri patogeni. Uno di questi, come il Porphyromonas gingivalis, è responsabile di un alterato metabolismo del ferro, e quindi del peggioramento dei fenomeni di carattere infiammatorio. In casi come questi vi è una scarsità di lattoferrina nella saliva, condizione che favorisce ulteriormente l’accentuarsi della disbiosi orale, con conseguenti patologie, come parodontopatie, gengiviti, patologie infettive ed alitosi. In aggiunta peggiorano la situazione i fenomeni di sanguinamento che apportano ulteriore ferro nel cavo orale disponibile per i batteri patogeni. la lattoferrina, legando il ferro e quindi sottraendolo ai batteri viene a contrastare i processi infiammatori e infettivi.


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La deglutizione.

La deglutizione è una funzione molto complessa che permette la progressione e il trasporto del bolo alimentare o dei liquidi dalla cavità orale verso le vie digestive inferiori. È un atto in cui intervengono muscoli e nervi e può avvenire sia volontariamente quando decidiamo di assumere degli alimenti ed anche in modo passivo per via di stimoli dovuti alla presenza delle secrezioni salivari nel cavo orale. Sicuramente non tutti sanno che alcuni studiosi hanno calcolato che vengono mediamente eseguiti più di 1000 atti deglutitori in una sola giornata.

La deglutizione viene suddivisa in 3 fasi che prendono il nome dalla parte anatomica interessata e che si susseguono cronologicamente: 1) fase orale, 2) fase faringea e 3) fase esofagea. La fase orale è di tipo volontario mentre le altre due fasi sono di tipo involontario.

La funzione neuromuscolare della deglutizione si modifica con la crescita di un individuo, passando da una deglutizione di tipo infantile a quella adulta o matura. Il graduale cambiamento avviene intorno ai due anni quando la maggior parte dei bambini portano a compimento le tappe fondamentali per il passaggio da una deglutizione infantile ad una deglutizione matura. Nel lattante la deglutizione è caratterizzata da un’azione di succhiamento alla ricerca del capezzolo. Nello specifico, il neonato deglutisce senza alcun contatto labiale, non avviene l’attivazione della muscolatura masticatoria, le arcate dentarie sono semiaperte e la mandibola sollevandosi spinge la lingua verso l’alto ed infine la punta della lingua si ricurva e comprime il capezzolo contro il palato duro. Il momento cardine per il passaggio ad una deglutizione di tipo adulto è costituito dall’eruzione degli incisivi superiori e inferiori che vanno a ridurre lo spazio disponibile per la lingua ed è il momento in cui si ha il passaggio ad un’alimentazione di tipo solido. Contestualmente avviene uno sviluppo neuromuscolare che concorre alla maturazione della deglutizione. Sia durante la deglutizione come anche a riposo la lingua assumerà una postura corretta posizionandosi sempre sulle rughe palatali dietro gli incisivi superiori senza mai spostarsi in avanti o lateralmente. Quando, per vari motivi, non avviene la maturazione della deglutizione avremo una deglutizione atipica.

dott. S. Cefola


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Alimenti cariogeni e cariostatici.

Una corretta alimentazione influenza positivamente la salute generale. Ed è fortemente influenzata anche la salute dei denti e, a seconda dei casi, la dieta può prevenire o favorire la formazione della carie. Per salvaguardare il benessere e la bellezza dei denti, ma anche dei tessuti gengivali, l’alimentazione è davvero fondamentale. Consumare cibi freschi, ricchi di vitamine specie C e D ma anche sali minerali insieme ad una corretta igiene orale sono aspetti molto importanti per scongiurare non solo infezioni e patologie del cavo orale ma anche altri problemi di salute. Esistono infatti alcuni alimenti, detti cariogeni, non salutari per i nostri denti in quanto possono provocare erosione dello smalto e favoriscono la crescita dei  batteri responsabili della carie. Tali alimenti sono caratterizzati dall’alto contenuto in zuccheri e dal ph acido. Sono ancor più dannosi per i denti quando hanno una consistenza morbida e appiccicosa. Pertanto gli alimenti più cariogeni in assoluto sono quelli acidi e zuccherati come molte bevande gassate e quelli ricchi di zuccheri  e appiccicosi come il caramello, le marmellate, le caramelle gommose, i lecca-lecca, il torrone, ecc.. Gli alimenti zuccherini che tendono ad attaccarsi ai denti come il sono molto pericolosi perché permangono più a lungo all’interno del cavo orale esponendo i denti all’attacco degli acidi.

Oltre al tipo di alimento, è molto importante considerare anche il momento della giornata in cui lo si consuma, la frequenza e l’associazione con altri cibi. Non è il caso di abolire completamente questi alimenti ma sarebbe il caso di prendere qualche piccola precauzione: gli alimenti cariogeni andrebbero consumati solo se è possibile lavarsi i denti e si dovrebbe evitare il consumo di questi alimenti come merenda o come spuntino fuori casa, o a fine pasto nel caso non sia poi possibile lavarsi i denti. E comunque è preferibile consumare alimenti cariogeni in modo saltuario infatti, più che la quantità di zuccheri del singolo pasto è molto più importante la frequenza di consumo dello stesso. Per esempio, se consideriamo che il mangiare una caramella  crea un ambiente acido che favorisce l’aggressione dello smalto, è sicuramente meno dannoso mangiare 4 caramelle in una volta sola che 4 caramelle in 4 momenti diversi della giornata. Dopo aver consumato alimenti cariogeni è consigliabile consumare cibi che proteggono i denti, detti non cariogeni come la frutta secca a guscio (noci, mandorle, ecc..), frutta fresca non acida (mele o pere meglio se con la buccia), verdure crude, formaggi stagionati e latticini.

Per quanto riguarda gli zuccheri vanno fatte alcune considerazioni:

·         Gli zuccheri più cariogeni sono quelli semplici, come il saccarosio, il glucosio ed i derivati industriali. Tuttavia non è sufficiente limitare l’assunzione diretta di zucchero per prevenire la carie in quanto oggigiorno il saccarosio è diventato l’ingrediente fondamentale di molti alimenti. Si trova nelle bibite, nei dolciumi, nelle pastine, e persino nei cereali per la prima colazione. La limitazione del consumo è quindi difficilmente controllabile.

·         Se è vero che gli zuccheri semplici vengono rapidamente utilizzati dalla flora batterica è altrettanto vero che gli alimenti contenenti carboidrati complessi possono essere ugualmente pericolosi. Secondo recenti ricerche viene data più importanza al tempo di permanenza del cibo all’interno della bocca rispetto alla quantità di zucchero in esso contenuta.

·         In natura esistono degli zuccheri con potere cariogeno molto basso o addirittura assente. Tra i più diffusi va ricordato il fruttosio ed i polialcoli.  Questi ultimi hanno tra l’altro un potere calorico inferiore allo zucchero, non sono tossici e sono consigliati nei diabetici ed in caso di sovrappeso. Alcuni di questi dolcificanti espletano addirittura un’azione positiva come per esempio lo xilitolo che, con la sua forte attività antibatterica, è in grado di previene la carie.

Poiché la carie non è altro che un’infezione provocata da alcuni microrganismi che popolano il cavo orale e che lo sviluppo e la proliferazione di questi batteri è favorito dai residui di cibo che rimangono negli interstizi tra i denti, è importante associare ad un’alimentazione adeguata una corretta igiene orale. I batteri vivono in colonie situate sulla parete esterna dei denti, formando la cosiddetta placca batterica, e come tutti gli organismi viventi anche i batteri hanno bisogno di cibo per sopravvivere. Trovano terreno fertile nei residui alimentari che rimangono tra i denti. In particolare le sostanze nutritive preferite dai batteri sono gli zuccheri che vengono utilizzati e trasformati in acido lattico, un prodotto di rifiuto in grado di intaccare lo smalto dentale e causare la carie. Gli alimenti zuccherini hanno pertanto un ruolo determinante nella formazione della carie. Maggiore sarà la permanenza di questi cibi nel cavo orale e maggiore sarà il rischio di sviluppare tale patologia. Particolare attenzione va posta rispetto ai bambini e agli adolescenti in quanto si è maggiormente esposti al rischio di carie sia per fattori costituzionali (minore mineralizzazione dentale) che alimentari (maggior propensione al consumo di zuccheri). Si calcola che entro i 6 anni di età, quasi i due terzi dei bambini sviluppino almeno una carie. In ogni caso, senza troppi divieti per il bambino, è fondamentale imporre ed insegnare l’importanza di una corretta igiene orale. Al giorno d’oggi, se consideriamo che molto spesso nella dieta sono presenti succhi, tisane, minestre e frullati, ne consegue che gli stimoli sui denti sono inferiori rispetto al passato. Poiché la mineralizzazione dei denti è stimolata dalle sollecitazioni meccaniche della masticazione, soprattutto nel periodo della crescita, è opportuno masticare bene e a lungo, sia per rafforzare i denti, sia per migliorare la funzionalità digestiva. Per quanto riguarda il chewing-gum, va detto che potrebbe avere una certa utilità nella prevenzione della carie anche se va sottolineato che non può e non deve sostituire la pulizia dei denti con spazzolino e filo interdentale. Da preferire quelle contenenti sostanze protettive come il fluoro o lo xilitolo, ovviamente da evitare tutte quelle contenenti zucchero. La masticazione del chewin-gum stimola la salivazione che contiene sostanze antibatteriche e stimola il riequilibrio del pH orale alcalinizzandolo.

In conclusione la prevenzione della carie vede due aspetti fondamentali: la corretta igiene orale ed un’alimentazione corretta che privilegi i cibi non cariogeni e cario statici senza rinunciare in modo assoluto ai cibi potenzialmente cariogeni che andrebbero assunti adottando le opportune contromisure.

 

Dott. Savino Cefola e Dott.ssa Antonia Sinesi


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I probiotici per migliorare la salute della bocca, dei denti e delle gengive.

C’è un grande interesse sul possibile utilizzo dei probiotici per migliorare la salute del cavo orale: perché un probiotico possa svolgere azione benefica all’interno della bocca deve rispondere a requisiti ben precisi; deve infatti saper aderire alla mucosa della bocca e integrarsi nel biofilm esistente. Gli studi a disposizione dimostrano che, se i probiotici soddisfano questi requisiti, svolgono interessanti azioni benefiche nella bocca. Innanzitutto sembra che la loro colonizzazione della bocca possa diminuire il numero dei batteri sulforati che concorrono all’alitosi quindi, se queste ricerche verranno confermate, i probiotici si potrebbero usare per ridurre l’alitosi addizionandoli ai colluttori per fare sciacqui e gargarismi. Non esistono molti studi a riguardo ma quelli svolti sembrano indicare che l’integrazione con probiotici può ridurre il rischio carie: nei bambini di età compresa fra i 3 e i 4 anni l’assunzione di probiotici a base di Lactobacillus Rhamnosus sembra poter ridurre le concentrazioni orali di Streptococcus Mutans, il batterio della carie per eccellenza. Formulazioni a base di lattobacilli invece sembrano poter migliorare l’evoluzione della malattia parodontale poiché la presenza di questo ceppo batterico inibisce la proliferazione dei patogeni che inducono l’infiammazione correlata al disturbo; alcuni lattobacilli sono allo studio per verificarne l’effettiva capacità di ridurre il sanguinamento gengivale in persone affette da malattia parodontale. Le formulazioni a base di Lactobacillus Reuteri possono ridurre la placca nei pazienti affetti da gengiviti da moderate a severe. E’ anche bene notare che, nel recente documento edito dal Ministero della Salute “Linee Guida nazionali per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie in età evolutiva”, si sottolinea come al momento non esistano prove scientifiche sufficienti per consigliare nei bambini l’uso di chewing con probiotici per migliorare la salute del cavo orale. Il campo di applicazione dei probiotici per la salute orale è estremamente interessante e sicuramente porterà ad effettuare nuovi studi e ulteriori scoperte.

 


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Abitudini alimentari per la nostra salute.

Una sana alimentazione è essenziale per il mantenimento del nostro buono stato di salute, e ciò dovrebbe essere la nostra assoluta priorità per prevenire tutta una serie di malattie. Inoltre nella grande maggioranza delle malattie è impossibile raggiungere risultati soddisfacenti senza seguire una corretta alimentazione. Questo è un concetto molto semplice, logico e scontato, conosciuto del resto sin dall’antichità infatti Ippocrate diceva: “Lascia che il cibo sia la tua medicina”.
Sebbene il “mangiare” svolga, a parere di alcuni, una sorta di funzione “gratificante”, essenzialmente mangiamo per tenerci in vita in quanto, con gli alimenti, vengono apportati al nostro organismo le sostanze nutrienti che svolgono un’azione “strutturale” ed “energetica”. “Strutturale” in quando rappresentano i “mattoncini” delle strutture del nostro organismo alcune delle quali, si deteriorano in continuazione, ed alcune anche molto velocemente come la pelle, alcune componenti del sangue, i muscoli, i tendini, i capelli ecc… Tutte queste parti del corpo devono subire continue riparazioni e sostituzioni. “Energetica” in quanto forniscono la “benzina”, cioè l’energia per fare funzionare il tutto. Va da sé che se si introducono alimenti di pessima qualità, la natura dovrà attingere ad essi per assolvere a tutti i processi vitali. Dopo un certo periodo di tempo, il corpo diventerà una sorta di “pattumiera”, con abbondanza di scorie a volte pericolosissime e scarsità o, ancor peggio, mancanza dei componenti nobili indispensabili per una corretta fisiologia del nostro organismo. E se l’adulto mangia per avere la capacità di riparare le strutture danneggiate e l’energia per vivere, il bambino deve anche crescere, cioè deve produrre nuovi tessuti per fare allungare le ossa, i muscoli, la pelle, i nervi, produrre sangue e così via, quindi ha maggiori esigenze e incamera più sostanze degli adulti. Un’alimentazione scorretta nei bambini costituisce un problema più grave che nell’adulto.
Tempo fa, la cultura e l’esperienza degli anziani associata ad una vita semplice e cibi genuini, scongiurava la possibilità di incorrere in grossolani errori alimentari.
Nella società moderna, la pubblicità gioca un ruolo determinante e molto spesso fuorviante: i messaggi non sono imparziali, ma quasi sempre guidati più dagli interessi di mercato piuttosto che dal desiderio di informare correttamente gli utenti. L’esperienza quotidiana ci evidenzia bambini sovraccaricati da diete improprie, che si alimentano di merendine, creme, dolciumi ed alimenti ipercalorici pre-confezionati e spesso non assumono alcun tipo di vegetale o di frutta. Non a caso questi piccoli pazienti mostrano spesso dei quadri di intossicazione ed acidificazione tissutale che comportano una marcata fragilità biologica, tendenza alle infezioni recidivanti, patologie allergiche e dermatologiche. Per assurdo l’Italia, patria della salutare “dieta mediterranea”, è ai primi posti in Europa per l’obesità infantile La Società italiana di Pediatria ha ripetutamente evidenziato questa situazione e avverte che l’80% dei bambini sovrappeso diventeranno adulti obesi con minore aspettativa di vita (circa -10 anni) oltre che, con molta probabilità, potranno sviluppare in età adulta molte gravi malattie (diabete, ipertensione, malattie cardiache etc.).

Cosa mangiare?
L’ideale è tornare ad un’alimentazione semplice, di cui la “dieta mediterranea”, ricca in frutta, verdura, legumi, cereali rappresenta un modello per tutto il mondo. Occorre quindi limitare il consumo di carne, e ridurre al minimo quello di insaccati, zucchero bianco, formaggi stagionati, strutto, burro, maionese, margarina, superalcolici. Nei bambini limitare al massimo l’uso di creme al cioccolato e dolci. Andrebbero ridotte se non eliminate del tutto, le merendine e le bevande gassate dolci poiché contengono grandi quantità di zuccheri e grassi animali idrogenati che apportano molte inutili calorie.
Quando mangiare?
Osservando il nostro equilibrio acido-basico si osserva che c’è l’alternanza di una fase fisiologica di “acidosi” che va dalle prime ore del mattino sino alle ore 15.00 seguita da una fase di alcalosi tra le 15.00 e le 03.00. Durante la fase acida, il nostro organismo è in grado di digerire ed assimilare i nutrienti al meglio, mentre si trova in difficoltà durante quella alcalina. Questo “timing” costituisce un cardine fondamentale per una corretta alimentazione e, del resto, questo aspetto era noto già nei tempi andati e stigmatizzato nel detto popolare: “come un re a colazione, come un principe a pranzo e come un povero a cena”. Tradotto nella pratica significherebbe abbondanza a colazione, moderazione a pranzo e limitazione a cena. Appare subito evidente che tale assunto va a scontrarsi con lo stile di vita odierno, che ci porta a mangiare poco o niente a colazione, un panino a pranzo per poi sfogare la nostra fame la sera a cena. E questo sfasamento tra la fisiologia del nostro organismo e le abitudini alimentari moderne è alla base di una serie di patologie digestive (il nostro corpo non è fatto per le cene abbondanti) caratterizzate da difficoltà digestiva, iperacidità, insonnia notturna e, non ultima, una tendenza anomala all’aumento di peso!
Cosa fare?
• Riequilibrare il “timing” alimentare migliorando la qualità della colazione e del pranzo e rendendo la cena il più frugale possibile.
• Evitare l’associazione di cibi proteici con i carboidrati per limitare i fenomeni fermentativi e putrefattivi intestinali che sovraccaricano la digestione ed, in particolare, il fegato.
• Cercare di assumere le proteine a colazione e pranzo, riservando i carboidrati alla cena possibilmente seguiti da verdure che, rallentandone l’assorbimento, abbassano l’indice glicemico riduce il pericolo di ingrassare.
• Avere un’adeguata idratazione, che, accompagnata eventualmente da prodotti drenanti, aiuta il nostro corpo a liberarsi dall’accumulo di tossine.

Ciò che conta è mangiare bene nel quotidiano potendosi concedere occasionali “peccati di gola” per consentire al cibo di svolgere la sua “azione consolatoria” e “gratificante” sulla nostra psiche. Pertanto la cioccolata o le merendine date occasionalmente, la cena “una tantum” a base di formaggi pregiati e di affettati non sono dannosi e possono fare parte delle nostre abitudini. L’importante è che sia veramente “una tantum”.

dott. Savino Cefola


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I Probiotici: efficaci contro la malattia parodontale!

Una terapia a base di probiotici può essere utilizzata per trattare la malattia parodontale, mentre servono altri studi per capire se può essere efficace anche contro le carie: è questo, in estrema sintesi, il risultato di una metanalisi effettuata da studiosi dell’Universitätsmedizin Berlin sui dati ottenuti con una revisione sistematica della letteratura.
Definiti come “microrganismi vivi che, se somministrati in quantitativi adeguati, conferiscono un beneficio all’ospite”, i probiotici sono ritenuti in grado di esercitare effetti antibatterici, stabilizzare la flora batterica e rafforzare il sistema immunitario. Rientrano in questa categoria numerosi tipi di batteri, per la maggior parte acidogeni, come lactobacilli, streptococchi e bifidi.
È noto che molte malattie del cavo orale, come carie, gengiviti e parodontiti, si associano ad alterazioni della composizione e dell’attività dei batteri oltre a dipendere dalle reazioni dell’organismo: quindi i probiotici hanno un potenziale che resta in gran parte inesplorato.
I ricercatori tedeschi hanno individuato 50 studi condotti su un totale di 3247 partecipanti, soprattutto bambini, e che hanno analizzato specialmente lactobacilli e bifidobatteri.
I probiotici hanno influito in maniera significativa sullo Streptococco mutans, uno dei principali responsabili della carie dentaria, riducendone la quantità presente. D’altro canto, il numero di lactobacilli presenti dopo il trattamento con probiotici è molto aumentato, il che non stupisce perché spesso gli stessi probiotici utilizzati erano lactobacilli; ma alcuni studiosi hanno avanzato dubbi relativi a una loro possibile cariogenicità, suggerendo di non ricorrere a questo trattamento contro la carie oppure di utilizzare altri tipi di probiotici. Nel complesso, gli studi che hanno valutato il trattamento con probiotici per contrastare la formazione della carie non hanno evidenziato effetti diversi rispetto al placebo.
Sono minori i dubbi relativi alla malattia parodontale, in cui i probiotici vengono consigliati dagli autori, avendo mostrato di ridurre il sanguinamento al sondaggio e l’indice gengivale (Gi), anche se non altrettanto hanno fatto con l’indice di placca (Pli).

Fonte: Odontoiatria33
Per approfondire: Gruner D, Paris S, Schwendicke F. Probiotics for managing caries and periodontitis: Systematic review and meta-analysis. J Dent. 2016 May;48:16-25.


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I cibi “salva sorriso”.

Ha creato molto interesse nei media italiani l’elenco dei cibi salva-sorriso stilato in occasione del XXI Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti Universitari di Odontoiatria conclusosi a Roma.
Secondo i docenti il cioccolato, il caffè, il vino o il formaggio aiuterebbero i denti a non perdere smalto e a non essere attaccati da placca e carie.
Disco verde anche ai mirtilli, che contengono sostanze antibatteriche in grado di tagliare il rischio carie del 45%, e allo yogurt, che riduce il pericolo di oltre il 20%; nella dieta amica dei denti non dovrebbero mancare funghi, cicoria e verdure crude, da mangiare spesso perché sono un ottimo spazzolino da denti naturale, aiutando a eliminare residui di cibo. Promossi come “cibo funzionale” anche i chewing-gum allo xilitolo, perché le ricerche hanno mostrato come questo particolare tipo di zucchero sia in grado di ridurre la proliferazione dei batteri. Stesso effetto anche da parte dei probiotici aggiunti al latte artificiale per neonati: uno studio italiano discusso durante il congresso ha dimostrato che i fermenti lattici riducono la proliferazione dello Streptococcus Mutans.
“L’alimentazione ha un ruolo fondamentale nella salute orale, a ogni età – spiega Antonella Polimeni, presidente del Collegio Nazionale dei Docenti Universitari di Odontoiatria Roma e autrice della ricerca sui probiotici nel latte assieme a colleghi del Dipartimento di Pediatria dell’Ateneo romano guidati da Marzia Duse. Il batterio della carie, lo Streptococcus Mutans, si nutre e prolifera grazie al metabolismo dello zucchero e produce l’acido lattico, ed è per questo tutti i cibi dolci vengono considerati nemici dei denti. Ma le minacce non finiscono qui: se il pH della bocca scende al di sotto di 5.5, diventando acido, lo smalto si indebolisce fino a dissolversi, rendendo i denti fragili di fronte all’attacco dei batteri. Ecco perché il consumo di bevande gassate, che contengono molti zuccheri e acidificano il cavo orale, andrebbe il più possibile limitato. Lo stesso vale per i succhi di frutta, la birra, il vino bianco o perfino le mele: cibi tendenzialmente acidificanti ma che tuttavia non devono per forza essere banditi del tutto, perché conta non solo ciò che si mangia ma anche come lo si consuma. L’acidità di questi alimenti infatti può essere efficacemente tamponata accompagnandoli con un po’ di formaggio, ricco di calcio e grassi che proteggono lo smalto. Esistono poi cibi con una documentata attività anticarie come il cacao amaro: contiene antibatterici naturali che impediscono allo Streptococcus Mutans di produrre il glucano, una sostanza appiccicosa che aiuta i germi ad attaccarsi ai denti formando la placca e creando le condizioni perché gli zuccheri vengano trasformati in acidi corrodendo lo smalto. Consumando cioccolato fondente all’80% si può ridurre il rischio di carie, soprattutto se si ha l’accortezza di non mangiarlo assieme a dessert troppo ricchi di zuccheri e carboidrati come la colomba pasquale, che ne vanificherebbero gli effetti positivi”.
I cibi salva-sorriso non finiscono qui: i mirtilli, ad esempio, contengono una sostanza che impedisce la formazione della placca riducendola del 70%. Poiché i batteri vi si annidano, la diminuzione della placca ha un effetto positivo contro la carie, che grazie ai mirtilli si riduce fino al 45%. Sì anche alle verdure crude che, con le loro fibre, facilitano la pulizia dei denti .
Via libera a cicoria, funghi, caffè e vino rosso, tutti prodotti ricchi di sostanze anti-carie, e allo yogurt: un vasetto quattro volte a settimana riduce del 22% il rischio di carie, probabilmente depositando proteine protettive sulla superficie esterna dei denti.
Probiotici promossi anche nella primissima infanzia: “Il nostro studio ha dimostrato che l’aggiunta di fermenti lattici al latte artificiale per neonati può diminuire la proliferazione dello Streptococcus Mutans contribuendo a ridurre la probabilità di carie: una protezione importante per i bimbi non allattati al seno – spiega la prof.ssa Polimeni. Del resto la salute orale si costruisce fin da piccolissimi, attraverso sane abitudini alimentari: vietato dare al bimbo il succhiotto dolcificato con zucchero o miele o il biberon con camomilla o qualunque bevanda zuccherata per farlo addormentare. Queste abitudini sono responsabili di carie diffuse sui denti da latte pericolose perché possono compromettere lo sviluppo corretto della dentatura permanente e comunque costituiscono foci infettivi. Senza contare che la salute dei denti parte addirittura prima, nel pancione della mamma: eseguire le corrette pratiche di igiene orale, accompagnate da una sana alimentazione con un limitato apporto di zuccheri e un alto contenuto di principi nutritivi, costituisce il primo passo per la prevenzione e tutela della salute della bocca del bambino. In virtù di un processo di trasmissione madre-bambino, sono infatti alte le possibilità che la mamma possa ‘infettare’ il piccolo con il batterio responsabile della carie, lo Streptococco Mutans. Questo sta a indicare che una elevata presenza di carie nella mamma potrà influenzare in maniera significativa lo sviluppo di carie nel bambino già nella dentatura da latte”.

Tratto da Odontoiatria 33


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Il mirtillo rosso amico dei denti!

Il mirtillo rosso sarebbe in grado di proteggere i denti e prevenire la formazione della carie. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Caries Research dal team coordinato da Hyun Michael Koo, dentista e microbiologo della University of Rochester Medical Center (Usa), secondo cui il frutto sarebbe in grado di ridurre la formazione della placca e, di conseguenza, tutelare la salute dei denti.
La carie, spiega H. M. Koo, è infatti provocata dall’azione di alcuni batteri che, dopo aver prodotto la placca, vi si annidano dentro e, indisturbati, rilasciano una sostanza acida che corrode lo smalto.
Tuttavia, nel corso della ricerca, condotta su un gruppo di topi, gli studiosi hanno scoperto che le proantocianidine di tipo A, contenute nei mirtilli rossi, sarebbero in grado di distruggere gli enzimi glucosiltransferasi, necessari ai batteri per realizzare i glucani che compongono la placca.
Al termine dello studio è emerso che i mirtilli avevano ridotto la produzione di acido e di glucani fino al 70% e di carie fino al 45%, poiché i microrganismi, non essendo più in grado di nascondersi dentro la placca, sarebbero divenuti vulnerabili e meno pericolosi. “I principi contenuti nei mirtilli rossi non uccidono completamente i batteri – afferma Koo -, ma ne ostacolano le due attività più dannose: la produzione di acido e quella di glucano”.

fonte: The European Organisation for Caries ResearchSalute24 da Il Sole 24 ore


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Il tè macchia i denti?

Il tè è certamente uno dei maggiori responsabili delle macchie esterne dei denti. Tali discromie si devono sopratutto al suo alto contenuto di tannini, composti polifenolici di colore marroncino. Tali sostanze hanno la capacità di legarsi tenacemente alle proteine, comprese quelle presenti nel cavo orale, ad esempio nello smalto dei denti, nella saliva e nella placca batterica.
Pertanto, tutti gli alimenti ricchi di tannini tendono a macchiare i denti. Ad esempio, si è più soggetti a discromie dentali se si consuma tè nero al posto di quello verde, poiché quest’ultimo è generalmente meno ricco di tannini. Tali sostanze sono tipiche del regno vegetale e abbondano anche nel vino rosso e in molte piante medicinali utilizzate per decotti o infusi contro la diarrea.
Il caffè contiene molti meno tannini rispetto al tè, ma tende comunque a macchiare i denti perché ricco di pigmenti scuri che vengono trattenuti dalla placca, dal tartaro e dalle porosità dello smalto dentale.

Tratto da Mypersonaltrainer


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Mele e igiene orale: le mele fanno bene ai denti?

 

Una storica pubblicità rivolta alla promozione di prodotti per la cura dell’igiene orale ha associato a lungo il morso di una mela al concetto di salute e bellezza dei denti. Ma le mele possono davvero essere preziosi alleati per la salute dei nostri denti?
A tal proposito alcuni dettagli sono molto importanti; nella pubblicità in questione, ad esempio, si utilizzava una mela verde e croccante (presumibilmente della varietà granny smith), mangiata con la buccia.
Questo tipo di mela si caratterizza per un minor contenuto di zuccheri rispetto ad altre varietà; inoltre, se consumata ancora acerba, il suo contenuto zuccherino è inferiore rispetto a quello del frutto maturo.
Importantissimo anche il consumo della mela con la buccia; infatti, proprio come le setole dello spazzolino e il filo interdentale, durante la masticazione la buccia della mela contribuisce alla detersione meccanica dell’apparato dentale e parodontale.
Un’altra caratteristica della mela verde è l’alta concentrazione di acido malico, responsabile del gusto acidulo del frutto. Come tutte le sostanze acide, l’acido malico aiuta a sbiancare i denti; tuttavia, può anche creare danni alla superficie dello smalto e della sottostante dentina, il che può creare qualche problema ai soggetti con denti sensibili e poco mineralizzati. Va comunque aggiunto che le mele vengono spesso indicate come alimenti con un discreto contenuto di fluoro, noto minerale dall’effetto preventivo contro la fragilità dello smalto e la carie.
Un risciacquo della bocca con acqua dopo il consumo di una mela può comunque contribuire a riportare il pH orale alla normalità, prevenendo i danni allo smalto e completando l’azione detersiva del frutto.

Tratto da Mypersonaltrainer