Author Archives: Savino Cefola

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Salute orale in gravidanza.

Aspettare un bambino è sicuramente un momento magico e fondamentale nella vita di una donna. In questo periodo delicato non va assolutamente trascurata la bocca e l’igiene orale, che se tralasciata può condurre a problematiche importanti sia per la futura mamma che per il bimbo. Durante la gravidanza e l’allattamento è infatti dimostrato un netto incremento di problematiche odontostomatologiche. Frequenti sono la comparsa di gengiviti, sanguinamento sia spontaneo che provocato, aumento di sensibilità dentaria e altri fastidi di vario tipo. Questi segni e sintomi non vanno sottovalutati per evitare lo sviluppo di patologie più serie come la parodontite, infezione batterica che colpisce i tessuti di supporto del dente e può portare, se non trattata adeguatamente, ad un marcato riassorbimento osseo e in extremis alla perdita di uno o più elementi dentari. Inoltre. la presenza di parodontite nella futura mamma può mettere a rischio la procreazione, in quanto è stata recentemente dimostrata una nuova associazione tra parodontite ed infertilità femminile. In uno studio australiano pubblicato nell’agosto del 2011 viene appunto mostrato come le donne affette da infezioni parodontali richiedano in media 2 mesi in più per rimanere incinta, con lo stesso fattore di rischio quindi delle donne obese. Durante la gravidanza il corpo della donna è sottoposto a mutamenti necessari per adattarsi alla nuova situazione e permettere il corretto sviluppo del feto. Particolare importanza ha l’aumento del circolo sanguigno, che conduce ad una marcata vasodilatazione e che a livello gengivale comporta un rigonfiamento e maggiore rossore delle stesse. Se non viene eliminata correttamente la placca batterica, questa situazione normalmente parafisiologica porta velocemente ad una marcata gengivite e talvolta alla comparsa di escrescenze alquanto fastidiose, che vengono eliminate dal dentista possibilmente col laser, evitando in questo modo la somministrazione di anestetico, che può essere pericoloso per la donna in dolce attesa.
Un altro fattore importante è la comparsa di numerosi sbalzi ormonali (alte concentrazioni di progestinici, da 10 a 30 volte superiori al ciclo mestruale) che incidono anche sul sistema immunitario, che diventa momentaneamente più debole. In pazienti predisposte alla patologie parodontali, o con parodontite lieve, questo momento, unito alla gengivite gravidica e alla non corretta igiene orale, può condurre rapidamente all’instaurarsi di una parodontite conclamata con gravi danni a livello del supporto dentale (anche in presenza di una minima quantità di batteri), con aumento della mobilità dentaria e perfino con la perdita di alcuni denti.
La presenza di piorrea in gravidanza è stata negli ultimi anni correlata, da numerosi studi clinici, ad un maggiore rischio di parto prematuro (circa 37 giorni prima del termine) e di nascita del bambino sottopeso (2,5 kg, sotto la media). Questa correlazione a cosa è dovuta? E’ stato dimostrato come nei tessuti placentari di soggetti affetti da parodontite siano presenti antigeni del Porphyromonas Gingivalis, batterio correlato strettamente all’infezione parodontale, segno che la placenta può essere bypassata da questi microrganismi che, entrando in contatto con la barriera amniotica, producono tossine. Il corpo, rispondendo con la produzione di sostanze infiammatorie, può portare ad un aumento dello stress fisico tale da condurre anticipatamente al parto. Da segnalare, inoltre, come la presenza di una parodontite. quindi di un’infezione nella bocca della mamma. potrà portare alla contaminazione precoce della bocca del piccolo appena nato con fastidiose conseguenze.
La gengivite trascurata, oltre che alla trasformazione in piorrea, può portare a lesioni localizzate più gravi ma per fortuna rare, come l’epulide gravidica che va rimossa chirurgicamente oppure col laser ad alta potenza. E’ quindi chiaro come sia veramente importante curare l’igiene orale in gravidanza per prevenire problematiche alle gengive ma anche ai denti, in quanto aumenta in maniera significativa anche il rischio di carie dentaria. Per questo motivo, se possibile, sarebbe buona norma effettuare un check-up completo della bocca prima di programmare la gravidanza, al fine di eliminare e prevenire gli eventuali problemi che potrebbero sopraggiungere.
Quindi ecco cosa fare durante la gravidanza
E’ necessario contattare il dentista e pianificare una seduta di igiene orale e profilassi durante il 2° o 3° mese; durante la seduta va richiesto di verificare la presenza di alcune problematiche dentali (carie o altro), che potranno essere trattate in sicurezza durante il secondo trimestre di gravidanza o tenute sotto controllo fino al termine della stessa. Andrà quindi controllato attentamente lo stato di salute delle gengive, con una sonda millimetrata, al fine di verificare l’eventuale presenza di tasche parodontali superiori ai 4mm. In presenza di segni di parodontite, va programmata un’indagine diagnostica più approfondita (sondaggio completo, analisi genetica e microbiologica), tralasciando chiaramente la radiologia, e pianificata al più presto una terapia non invasiva. L’approccio col laser e microscopio, in quanto non chirurgico e praticamente indolore, può essere effettuato in sicurezza e con ottimi risultati anche nelle pazienti gestanti, così come nei pazienti anziani o con patologie sistemiche. Qualora non ci siano segni di parodontite, verrà programmata una seconda seduta di controllo ed igiene verso l’8° mese di gestazione. E’ comunque necessario contattare il dentista immediatamente in caso di comparsa di sanguinamento frequente, eccessivi rigonfiamenti gengivali o altri fastidi. Non bisogna infatti avere paura delle visite odontoiatriche durante la gravidanza, in quanto anche qualora siano necessarie anestesie e l’esecuzione di indagini radiologiche, l’avvento della radiologia digitale e l’utilizzo di fiale senza adrenalina hanno decisamente ridotto tutti i possibili rischi.

Ecco ora alcuni consigli pratici da seguire:
• Non fumare. Va evitato il fumo attivo e passivo per almento i 9 mesi di attesa.
Il fumo porta ad una riduzione dell’ossigeno che giunge al feto, danneggiando la sua formazione. Inoltre, il fumo, unito ad un’alta predisposizione genetica, aumenta di quasi 8 volte il rischio di sviluppare la parodontite.
• Assumere fluoro. Il fluoro rinforza gli elementi dentari contro l’azione dei batteri della carie. Il fluoro può essere assunto con l’acqua minerale (verificare il contenuto di • fluoro sull’etichetta) e con il dentifricio e collutorio (chiedere indicazioni al dentista per i presidi più adatti). Talora può essere indicato eseguire durante la gravidanza una o due sedute di fluoro profilassi professionale per rinforzare i denti, processo indolore e della durata di circa 45 minuti.
• Curare l’igiene orale. Spazzolare i denti almeno 2 volte al giorno per due minuti, usando uno spazzolino morbido, il filo interdentale ed un collutorio a base di fluoro o oli-essenziali per ridurre la placca. Il dentista o igienista saranno lieti di dare indicazioni in merito. A partire dal 7° mese può essere utile effettuare uno sciacquo giornaliero di un minuto con un collutorio a base di clorexidina 0,12%.
• Utilizzare chewing-gum a base di Xilitolo, 2 al giorno, che hanno benefici sullo sviluppo dei denti del nascituro, nonché su quelli della madre.
• Curare l’alimentazione. E’ molto importante integrare correttamente la vitamina C (agrumi, kiwi, pomodori), la vitamina D ed A, e minerali come ferro e calcio (latte, formaggi, yogurt) importante per la mineralizzazione di ossa e denti. In particolare, in gravidanza, il fabbisogno di calcio aumenta a circa 1500mg al giorno.

Tratto da my-personaltrainer


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L’epulide.

L’epulide è una lesione benigna a carattere proliferativo (pseudo-tumorale) che si sviluppa sul margine gengivale. L’epulide è un granuloma reattivo che può assumere l’aspetto di un nodulo di colorito rosso-bluastro; altre volte si presenta come un’escrescenza irregolare sulla mucosa gengivale. A seconda dei casi, la lesione può variare per consistenza (dal soffice al duro-elastico) e dimensioni (da pochi mm a qualche cm). L’epulide è sessile o peduncolato e prende tipicamente impianto sul periostio del processo alveolare; tuttavia, si può riscontrare anche su labbra, lingua, palato e mucosa orale. Se raggiunge dimensioni notevoli, questa lesione può provocare spostamenti degli elementi dentari ed invadere il tessuto osseo sottostante. L’epulide presenta una superficie liscia o lobulata, che talvolta appare ulcerata e tende a sanguinare al minimo insulto. Durante l’accertamento diagnostico, il disturbo va distinto da altre lesioni dei tessuti molli a carattere proliferativo, che possono avere un’origine infiammatoria o anche neoplastica. Pertanto, può rendersi necessario un esame istologico. L’epulide ha la caratteristica di non impallidire alla pressione. Nella maggior parte dei casi, il disturbo è determinato da processi infiammatori, che si instaurano nel tessuto connettivo della gengiva o del parodonto; tale infiammazione può essere conseguente a traumi, irritazioni locali croniche (es. azione di tartaro e carie) o a terapie conservative o protesiche che presentano margini imprecisi. Questi insulti irritativo-infiammatori determinano una reazione iperplastica, caratterizzata dalla tendenza alla distruzione dei componenti cellulari presenti nella mucosa gengivale, che può estendersi fino a coinvolgere il tessuto osseo sottostante. Oltre alla rimozione dei fattori irritativi locali, la terapia prevede l’escissione chirurgica o con il laser, eventualmente associata a levigatura radicolare. Se l’epulide ha un carattere particolarmente invasivo o in caso di recidive ripetute, può essere necessario estrarre i denti adiacenti alla lesione stessa.
La scarsa igiene orale sembra essere un fattore predisponente la patologia. Inoltre, l’epulide si riscontra con una certa frequenza in presenza di alcuni squilibri ormonali (es. durante la gravidanza).
I sintomi e i segni più comuni sono:
• Alitosi
• Dolore alla mandibola
• Dolore alle gengive
• Gengive arrossate
• Gengive Gonfie
• Mal di denti
• Mobilità dei denti
• Nodulo

Tratto da my-personaltrainer.it


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E’ consigliabile andare dal dentista durante la gravidanza?

E’ consigliabile andare dal dentista durante la gravidanza? E’ diffusa l’opinione che sarebbe preferibile evitare per le possibili conseguenze al feto! Quanto di più sbagliato anzi, al contrario, i controlli dal dentista possono scongiurare problemi, anche gravi, per la gestante e per il nascituro. Del resto, il controllo della salute orale nella gestante, è fortemente raccomandato dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

Durante la gravidanza le alterazioni ormonali e fisiologiche che accompagnano la gestazione possono determinare un aumento delle patologie odontoiatriche, rendendo a volte necessario l’intervento del dentista o dell’Igienista dentale. Certamente effettuare controlli ed eventuali terapie odontoiatriche prima di affrontare una gravidanza, è la soluzione migliore: si inizia la gestazione in condizioni ottimali per il cavo orale, prevenendo i rischi associati normalmente a questo periodo. Altrettanto importante è intensificare i controlli odontoiatrici lungo il corso della gravidanza, ed anche in assenza di particolari patologie o urgenze, é comunque consigliabile programmare una seduta di igiene professionale per ciascun trimestre. E’ comprensibile la titubanza e le ansie delle future mamme rispetto all’esigenza di sottoporsi alle terapie odontoiatriche per il timore di danneggiare la salute del nascituro, ma da ciò ne consegue la tendenza a trascurare i problemi del cavo orale. Va sottolineato che l’insorgenza di uno stato infettivo del cavo orale, se trascurato, rappresenta un grave pericolo per la salute della donna e del nascituro. Eventuali infezioni presenti nel cavo orale possono diffondersi attraverso la circolazione ematica, raggiungendo l’apparato genito-urinario e intaccando successivamente la membrana amniotica, con conseguenti rischi per il feto. A tal proposito, alcuni studi hanno dimostrato una maggiore incidenza di parti prematuri e di nascite di bambini sottopeso in madri affette da malattia parodontale.

Per minimizzare al massimo i rischi per il nascituro e per la gestante e per garantire maggior confort alla futura mamma, andranno adottate alcune precauzioni ogni qual volta si decide di eseguire una qualsiasi terapia odontoiatrica tenendo sempre ben presente il particolare stato della gestante.
– se possibile, le cure vanno effettuare a partire dal secondo trimestre della gravidanza, evitando il primo trimestre di gravidanza ce notoriamente è il periodo più delicato per la formazione del feto.
– va assolutamente evitata ogni tipo di radiografia durante il primo trimestre.
– se necessario utilizzare gli anestetici per infiltrazione privi di vasocostrittori perché potenzialmente dannosi per il feto.
– è preferibile evitare la somministrazione di farmaci nelle prime 12 settimane. Fra gli antibiotici, sono da preferire le penicilline, i macrolidi (per soggetti allergici alle penicilline) e le cefalosporine. Tra gli analgesici, è più indicato l’uso del paracetamolo. L’utilizzo dell’aspirina è invece dibattuto: per la sua azione antiaggregante, è sicuramente da sconsigliare durante l’ultimo trimestre di gravidanza per il rischio di emorragia post-parto.
Come accennato in precedenza, nei nove mesi di gestazione, la donna va incontro a diversi cambiamenti fisiologici che possono influenzare lo stato di salute di bocca e denti. Modificazioni ormonali e della risposta immunitaria, per esempio, possono favorire l’infiammazione dei tessuti gengivali, con la comparsa o il peggioramento di malattie come la gengivite o la parodontite. Frequentemente la gestante soffre di nausea e vomito. Episodi ripetuti di vomito e nausea possono provocare la demineralizzazione dei denti, con erosione dello smalto e aumentato rischio di carie.

Per arginare queste problematiche bastano pochi e semplici accorgimenti che ritroviamo nelle “Raccomandazioni per la promozione della salute orale in età perinatale del Ministero della Salute”:
– Alimentarsi spesso ma con piccole quantità di cibo.
– Limitare ai soli pasti l’assunzione di cibi contenenti zuccheri.
– Evitare le bevande gassate e zuccherate, preferendo acqua o latte magro
– In caso di vomito risciacquare la bocca con acqua e un cucchiaino di bicarbonato per neutralizzare l’acidità dell’ambiente orale che si ha dopo il vomito.
– Preferire la frutta ai succhi di frutta
– Dopo mangiato, masticare chewing gum senza zucchero o con xilitolo.
– Utilizzare spazzolini da denti delicati e spazzolare i denti almeno due volte al giorno con un dentifricio al fluoro e non abrasivo per evitare ulteriori danni alle superfici dei denti rese più delicate dalla demineralizzazione; utile l’utilizzo del filo interdentale.

In conclusione si può affermare che non è controindicato andare dal dentista durante la gravidanza! Prevenire possibili patologie del cavo e dei denti può scongiurare disagi e fastidi alla gestante ma avrà benefiche conseguenze anche sul nascituro: sempre più studi sembrano indicare che esista un’associazione tra malattie gengivali e problemi nella gravidanza, in particolare il parto pretermine e il basso peso alla nascita del bambino. La mamma con carie ha una certa probabilità di passare i batteri responsabili di questa malattia al proprio bambino appena nato e il rischio è tanto maggiore quanto più sono estese e numerose le carie materne. Quindi, prendersi cura dei denti durante la gravidanza migliora anche la salute del proprio bambino!

Il momento migliore per andare dal dentista ed eventualmente pianificare le terapie dentali, è tra la 14 e la 20 settimana quando ormai il rischio di aborto è pressoché nullo e tutti gli organi del bambino sono formati. L’odontoiatra di fiducia saprà perfettamente che l’aumento di volume dell’utero può rendere scomoda la posizione distesa sulla poltrona e che alcune donne possono andare incontro a nausea, vomito o a un abbassamento di pressione. Sarà sua cura mantenere una posizione semidistesa, magari con un cuscino sotto il lato destro del corpo.

dott. Savino Cefola


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Occlusione normale e malocclusione.

Category : Ortognatodonzia

Per malocclusione evidentemente si intende un’occlusione scorretta rispetto ai criteri che per definizione caratterizzano un’occlusione corretta. Nello specifico per “occlusione dentale” si intende il modo in cui i denti superiori entrano in contatto con i denti inferiori. Quando chiudiamo la bocca, la mandibola, cioè la parte inferiore mobile, entra in contatto o meglio si articola con la mascella, cioè la parte superiore fissa, ed i denti delle due arcate entrano in contatto tra loro e affinché si possa parlare di occlusione normale devono essere rispettati tre criteri fondamentali e ben precisi: 1) l’arcata dentale superiore deve essere posizionata leggermente più in avanti rispetto a quella inferiore in modo che i molari e premolari superiori siano più avanti rispetto ai corrispondenti denti inferiori di circa mezzo dente. 2) ogni dente di entrambe le arcate entra in contatto con due denti dell’arcata opposta. 3) i due incisivi superiori coprono il terzo superiore degli incisivi inferiori. Quando queste condizioni sono rispettate, i fasci muscolari e le strutture ossee che li sostengono sono in rapporto armonico tra di loro, non ci sono tensioni muscolari e le forze interne sono bilanciate con quelle esterne. Al contrario, nel momento in cui anche una sola condizione non è presente, si perde il rapporto armonico delle strutture ossee e muscolari che vengono sollecitate in modo improprio con l’insorgenza di anomale tensioni della lingua, del cavo orale ma anche del collo e del volto. Ciò influisce negativamente su alcune funzioni importanti come la masticazione, la deglutizione e la fonazione. Se poi si considera che le tensioni muscolari provocate dalla malocclusione agiscono anche sulla colonna vertebrale, a cascata possono insorgere anche problemi di postura, di equilibrio e di deambulazione.


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Salute orale e perdita della memoria.

Scienziati statunitensi hanno collegato una scarsa salute dentale e orale, come la perdita di denti e gengive sanguinanti, a segni di declino cognitivo e scarsa capacità di pensiero. La salute della bocca, intesa come denti e gengive, è fondamentale per molti motivi. Abbiamo già trattato la correlazione che c’è per esempio tra questa e i problemi posturali, le vertigini e altri sintomi più o meno eclatanti, ma un nuovo studio suggerisce che una scarsa salute orale possa anche essere collegata a problemi di pensiero e cognitivi. Gli scienziati del department of dental ecology presso l’University of North Carolina a Chapel Hill, hanno infatti scoperto che una perdita di denti e gengive sanguinanti potrebbero essere un segno di declino nella capacità di pensiero nella mezza età. «Eravamo interessati a valutare se le persone con problemi di salute dentale avessero una funzione cognitiva relativamente più scarsa, che è un termine tecnico per definire quanto se la cavano le persone con la memoria e con la gestione di parole e numeri – ha spiegato il dott. Gary Slade, coautore dello studio – Quello che abbiamo trovato era che per ogni dente in più che una persona aveva perso o avesse rimosso, la funzione cognitiva è scesa di un pò». «Le persone che non possedevano più alcuno dei loro denti avevano una funzione cognitiva più scarsa delle persone che avevano ancora i propri denti – aggiunge Slade – e le persone con meno denti avevano una cognizione altrettanto scarsa di quelli con più denti. Lo stessa cosa valeva quando abbiamo esaminato i pazienti con malattia gengivale grave». Slade e colleghi hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista The Journal of American Dental Association, in cui si riportano i dati ricavati dall’analisi che comprendeva prove di memoria e capacità di pensiero, nonché l’esame di denti e gengive, condotti su quasi 6.000 uomini e donne di età compresa tra i 45 ei 64 anni. Dai dati ottenuti si scopre che circa il 13% dei partecipanti non possedeva denti naturali. Tra quelli che conservavano i propri denti, un quinto ne possedeva meno di 20 – tenuto conto che un adulto medio possiede 32 denti, compresi i denti del giudizio. Più del 12% dei partecipanti, poi, aveva problemi di sanguinamento gengivali gravi e tasche gengivali profonde. In seguito ai test cognitivi eseguiti sui partecipanti si è infine scoperto che coloro con in bocca ancora i propri denti conseguivano maggiori e migliori punteggi sulla memoria e il pensiero, tra cui il richiamare alla mente parole, la scioltezza di linguaggio e l’abilità con i numeri. Al contrario, coloro che non possedevano più i denti registravano i punteggi più bassi. Ulteriormente, coloro che presentavano anche serie emorragie gengivali, oltre ad avere meno denti, riportavano i punteggi peggiori nei test cognitivi, sempre rispetto a coloro che avevano più denti e una migliore salute gengivale. Anche se una relazione causa/effetto non è stata trovata, e il perché di tutto ciò non è chiaro, i ricercatori ipotizzano che dietro a un deficit cognitivo vi possano essere molteplici fattori. «Potrebbe essere – ipotizza Slade – che la scarsa salute dentale rifletta una dieta povera, e che la mancanza dei cosiddetti “cibi per la mente”, ricchi di antiossidanti, potrebbe allora contribuire al declino cognitivo. Potrebbe anche essere che una scarsa salute orale possa portare a evitare certi cibi, contribuendo altresì al declino cognitivo». Secondo Slade, altri motivi possono essere ricercati nell’infiammazione delle gengive che «dà luogo a un’infiammazione non solo nelle gengive, ma in tutto il sistema circolatorio, e in definitiva colpisce la cognizione». I ricercatori ritengono molto importante quanto scoperto perché potrebbe portare a riconsiderare i fattori di rischio, aggiungendo questi, nelle persone a rischio demenza e malattia di Alzheimer, in particolare quelle tra i 50 e i 60 anni.

Fonte: LaStampa/Salute


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Il filo interdentale.

Category : Igiene Orale

Per una perfetta igiene orale, oltre a spazzolino e collutorio, è importante usare anche il filo interdentale, che pulisce i denti in profondità liberandoli dai residui di cibo che si accumulano tra gli interstizi dentali.
La maggiore causa della carie è infatti la proliferazione di batteri che si annidano tra un dente e l’altro, e che molto difficilmente possono essere allontanati dal solo spazzolino.
Come si usa il filo interdentale? È molto semplice:
• dopo aver tagliato circa 50cm di filo, bisogna avvolgerne le estremità alle due dita medie, in modo da tenere il filo ben teso;
• con l’aiuto di pollice e indice si guida il filo tra gli spazi interdentali, e si ripete un movimento delicato in senso orizzontale;
• per abbracciare tutto il dente, basta formare una -c- con il filo interdentale;
• ripetere l’operazione su tutti i denti, compreso l’ultimo molare.
Perché sia davvero efficace, bisogna usare il filo interdentale almeno una volta al giorno.
Come scegliere il filo interdentale? Il mercato offre diverse tipologie del prodotto, ci sono il filo interdentale piatto e quello a punta tonda: il primo potrebbe essere più lesivo per le gengive perché durante l’uso può sfilacciarsi; il secondo è di certo più delicato. Una caratteristica da tener presente è la ruvidità, più il filo interdentale è ruvido, meglio riesce a catturare i residui di cibo e i batteri, non a caso i più venduti sono quelli cerati: sono ruvidi e non si sfilacciano.
Per non incorrere in patologie dentali, oltre alla quotidiana pulizia del cavo orale, è importante non trascurare il periodico controllo dal proprio odontoiatra di fiducia.

Tratto da abcsalute


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Il segreto dei denti “eterni” si cela nelle fauci degli squali.

Category : Odontostomatologia

Sembrerebbe che sia stato individuato il meccanismo responsabile della rigenerazione della dentatura e pertanto in futuro le protesi dentali potrebbero andare in pensione. I denti caduti potrebbero, infatti, essere rigenerati. Lo sostengono, in uno studio pubblicato sulla rivista Developmental Biology, gli scienziati dell’Università di Sheffield (Regno Unito), secondo cui il segreto di una dentatura “eterna” potrebbe celarsi nelle fauci degli squali. Studiando questi animali, infatti, avrebbero individuato il meccanismo responsabile della rigenerazione dei denti, che permette di rimpiazzarli una volta che sono stati persi. I ricercatori hanno osservato che, diversamente dagli umani, gli squali possono avere contemporaneamente fino a 3 mila denti, sviluppati su diverse file. Generalmente, nel corso della loro esistenza, questi animali ne perdono almeno 30 mila. Ma nel giro di qualche mese i denti persi ricrescono. Dopo aver esaminato gli embrioni di una specie di squalo chiamata “Gattuccio”, gli studiosi hanno scoperto che la “rigenerazione permanente” sarebbe dovuta all’azione di un gruppo di geni. Questi elementi sarebbero responsabili della formazione della lamina dentaria, uno strato costituito da cellule epiteliali. Gli autori hanno rilevato che queste cellule sono presenti anche negli umani, ma nelle persone permettono di effettuare un solo ricambio: il passaggio dai denti da latte a quelli permanenti. La possibilità di utilizzarle, infatti, diminuirebbe con gli anni, fino a sparire in età adulta. Tuttavia, gli studiosi ritengono che la scoperta potrebbe aprire la strada alla realizzazione di nuovi trattamenti in grado di rigenerare i denti perduti. “La notizia positiva è che questi stessi geni sono responsabile dello sviluppo di tutti i denti dei vertebrati, compresi gli esseri umani – spiega Gareth J. Fraser, che ha guidato la ricerca -. Durante l’adolescenza le cellule si deteriorano, ma c’è la possibilità di poterle rinvigorire con future terapie odontoiatriche”.

Fonte: Salute24/ilsole24ore


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I Probiotici: efficaci contro la malattia parodontale!

Una terapia a base di probiotici può essere utilizzata per trattare la malattia parodontale, mentre servono altri studi per capire se può essere efficace anche contro le carie: è questo, in estrema sintesi, il risultato di una metanalisi effettuata da studiosi dell’Universitätsmedizin Berlin sui dati ottenuti con una revisione sistematica della letteratura.
Definiti come “microrganismi vivi che, se somministrati in quantitativi adeguati, conferiscono un beneficio all’ospite”, i probiotici sono ritenuti in grado di esercitare effetti antibatterici, stabilizzare la flora batterica e rafforzare il sistema immunitario. Rientrano in questa categoria numerosi tipi di batteri, per la maggior parte acidogeni, come lactobacilli, streptococchi e bifidi.
È noto che molte malattie del cavo orale, come carie, gengiviti e parodontiti, si associano ad alterazioni della composizione e dell’attività dei batteri oltre a dipendere dalle reazioni dell’organismo: quindi i probiotici hanno un potenziale che resta in gran parte inesplorato.
I ricercatori tedeschi hanno individuato 50 studi condotti su un totale di 3247 partecipanti, soprattutto bambini, e che hanno analizzato specialmente lactobacilli e bifidobatteri.
I probiotici hanno influito in maniera significativa sullo Streptococco mutans, uno dei principali responsabili della carie dentaria, riducendone la quantità presente. D’altro canto, il numero di lactobacilli presenti dopo il trattamento con probiotici è molto aumentato, il che non stupisce perché spesso gli stessi probiotici utilizzati erano lactobacilli; ma alcuni studiosi hanno avanzato dubbi relativi a una loro possibile cariogenicità, suggerendo di non ricorrere a questo trattamento contro la carie oppure di utilizzare altri tipi di probiotici. Nel complesso, gli studi che hanno valutato il trattamento con probiotici per contrastare la formazione della carie non hanno evidenziato effetti diversi rispetto al placebo.
Sono minori i dubbi relativi alla malattia parodontale, in cui i probiotici vengono consigliati dagli autori, avendo mostrato di ridurre il sanguinamento al sondaggio e l’indice gengivale (Gi), anche se non altrettanto hanno fatto con l’indice di placca (Pli).

Fonte: Odontoiatria33
Per approfondire: Gruner D, Paris S, Schwendicke F. Probiotics for managing caries and periodontitis: Systematic review and meta-analysis. J Dent. 2016 May;48:16-25.


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Declino cognitivo e cattiva salute orale, indizi di una possibile associazione.

Mantenere una buona salute orale potrebbe aiutare nel ridurre il deterioramento cognitivo legato all’età, ma i meccanismi che determinano questa relazione non sono chiari, secondo i risultati della prima revisione sistematica condotta sull’argomento. Ne è autore Bei Wu della Duke University, che ha ammesso il fatto che, al momento, l’associazione è ancora debole e sono necessari ulteriori dati.
“L’evidenza clinica suggerisce che la frequenza dei disturbi legati alla salute orale aumenta in modo significativo nelle persone anziane con funzioni cognitive compromesse, in particolare in quelle affette da demenza. – ha affermato il dottor Wu – Inoltre, molti dei fattori associati con una scarsa salute orale, come una nutrizione insufficiente e la maggior frequenza di malattie sistemiche come il diabete o le patologie cardiache, sono stati osservati anche in caso di deterioramento cognitivo”.
La ricerca nei database di letteratura scientifica ha permesso di individuare 56 studi pubblicati tra il 1993 e il 2013, 40 di tipo trasversale e gli altri 16 longitudinali; tra questi ultimi, 11 hanno esaminato gli effetti della salute orale sulle condizioni cognitive e sulla demenza, mentre gli altri cinque hanno analizzato il meccanismo inverso.
Gli studi che hanno considerato il numero di denti rimasti nel cavo orale o il numero di quelli cariati non hanno permesso di ottenere risultati di qualche rilevanza statistica a causa dei ridotti campioni esaminati. Risultano invece un po’ più significativi i dati relativi alle cattive condizioni del parodonto: alcuni trial hanno individuato una correlazione tra la salute gengivale e la profondità delle tasche e il declino cognitivo, ma altri studi non hanno fornito conferme in tal senso.
Non avendo trovato una relazione causale diretta tra i due fenomeni, gli autori ipotizzano che certi stati infiammatori possano rappresentare fattori che predispongono contemporaneamente sia alla cattiva salute orale che al declino cognitivo: non esistono ancora prove, ma secondo Bei Wu sono sempre più numerosi gli indizi in tal senso, da approfondire attraverso l’analisi dei biomarker dell’infiammazione nelle diverse tipologie di pazienti.

Tratto da Odontoiatria33

per ulteriori approfondimento consultare: Wu B, Fillenbaum GG, Plassman BL, Guo L. Association Between Oral Health and Cognitive Status: A Systematic Review. J Am Geriatr Soc. 2016 Apr;64(4):739-51.


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La luce della vita: i biofotoni.

I fotoni sono delle particelle particolari, in quanto hanno massa zero, ma si possono interpretare anche come onde, infatti creano fenomeni tipici ondulatori quali la riflessione e la rifrazione. Si dice anche che i fotoni sono i quanti di energia elettromagnetica, ovvero quantità elementari (non ulteriormente suddivisibili) che rispettano le leggi della meccanica quantistica. I fotoni del sole sono un esempio di fotoni presenti in natura, e sono caratterizzati da avere varie lunghezze d’onda, ovvero varie frequenze di radiazione.
La luce è il presupposto per uno sviluppo sano delle cellule perché ne sostiene la crescita. Senza luce e la sua energia non si potrebbe sviluppare e tanto meno esistere alcuna vita organica sulla terra. Essa è la fonte originaria di energia. Questi fotoni importanti per la vita e per il funzionamento di ogni cellula vengono assorbiti attraverso gli occhi, la pelle e l’alimentazione.

I biofotoni:
la teoria dei BIOFOTONI, nata dal biofisico tedesco Prof. Fritz Albert Popp, sulle tracce di un intuizione ardita di circa 70 anni fa del biologo russo Alexander Gurwitsch, offre la credibile interpretazione, suffragata oramai da molteplici esperimenti, del fatto che l’evento biologico primario alla base della vita e anche delle alterazioni che portano alla malattia, è un evento fisico di natura elettromagnetica.
Nel 1922 Gurwitsch fece una scoperta pionieristica mettendo due giovani radici di cipolle una vicino all’altra. Le cellule di una cipolla si divisero in modo particolarmente intenso proprio nel punto verso il quale era orientata la punta della seconda radice.
Il fenomeno non si manifestava quando i due bulbi erano separati da una lastra di vetro che assorbiva i raggi ultravioletti. Gurwitsch suppose che le cipolle emanassero una radiazione fino ad allora sconosciuta.
Solo 50 anni dopo il biofisico tedesco Albert Popp e il suo gruppo di ricercatori furono in grado di confermare con i loro esperimenti questa supposizione. Le cellule di esseri umani, di animali e di piante, emanano veramente luce, i cosiddetti BIOFOTONI, sotto forma di “Quanti Energetici”, che le mette in grado di scambiare informazioni anche a lunga distanza. Questo scambio d’informazioni venne documentato da un ulteriore esperimento, molto simile a quello di Gurwitsch.
Due bicchieri di sangue fresco di maiale vennero messi uno accanto all’altro. In un bicchiere venne instillato un agente patogeno e il sangue reagì producendo anticorpi. Sorprendentemente più tardi si poté osservare in laboratorio che anche il sangue nel secondo bicchiere aveva prodotto anticorpi, benché non vi fosse stato aggiunto alcun agente patogeno.
Ripetendo l’esperimento ponendo una lastra che non lasciava passare la luce tra i due bicchieri, non si riscontrò alcuna produzione di anticorpi nel secondo bicchiere.
Il termine “Biofotoni” indica quindi l’emissione di energia – (più precisamente “quanti energetici”) che si propaga alla velocità della luce – da parte dei sistemi viventi. Ogni cellula emette segnali specifici, con caratteristiche proprie e di quelle del tessuto di cui fa parte.
Secondo Albert Popp, queste emissioni regolano la crescita e la rigenerazione delle cellule e controllano tutti i processi biochimici. Che la luce sia veramente la base della trasmissione di segnali, è stato confermato senza alcun dubbio nel 1976 tramite foto rivelatori (detector) sensibili, i cosiddetti fotomoltiplicatori.
Il supporto più importante dell’irradiamento di Biofotoni è il DNA, l’acido desossiribonucleico, una parte costituente della cellula, in cui sono contenute le informazioni genetiche (cromosomi) di un sistema biologico. Il DNA consiste in dieci miliardi di molecole, che formano una spirale: esso contiene tutte le informazioni biologiche che fanno di un essere ciò che è. Quindi il DNA è una specie di “antenna elettromagnetica” che, funzionando da stazione ricetrasmittente, assimila informazioni, per inoltrarle nelle nostre cellule, guidando ogni processo cellulare sia che giunga dall’interno e sia che giunga dall’esterno.
L’intensità di questa luce è certo estremamente minima, paragonabile a quella di una candela posta a 20 chilometri di distanza, in compenso però essa possiede una qualità che la predispone ad essere trasmettitrice di informazioni. La sua irradiazione non è infatti caotica, bensì costituita da vibrazioni stabili come la luce del laser.
Il termine specifico della fisica per l’alto grado di ordine di questa onda di luce è “coerenza”. Secondo Popp, l’energia elettromagnetica gioca un ruolo fondamentale nella sfera biologica dei Viventi. Anche Heisenberg, (Premio Nobel per la Fisica), afferma che l’energia elettromagnetica è l’energia elementare dalla quale dipende tutta la vita dell’organismo vivente poiché capace di modificare l’energia cinetica a livello atomico e molecolare. La loro esistenza (emissione) ormai comprovata e dimostrata (specie dalle unghie delle mani e dei piedi) ci consente di comprendere l’elevato passaggio d’informazioni dentro la cellula e tra cellule e cellule, informazioni indispensabili per avviare i processi del metabolismo, quelli della crescita e della differenziazione cellulare.
I Biofotoni così rappresentano, nell’ambito della cellula e dei rapporti intracellulari, un vero e proprio linguaggio per la trasmissione in codice delle suddette informazioni. Anche i processi enzimatici, essenziali per la dinamica del buon funzionamento della cellula, sono guidati dai segnali elettromagnetici.

La vita:
il corpo umano cerca di vivere sempre in costante condizione di equilibrio, e questo equilibrio è mantenuto soprattutto dall’energia elettromagnetica prodotta dalle cellule del nostro organismo. Essa è necessaria per far funzionare bene le varie parti della cellula, le cellule di uno stesso organo e quindi i vari organi di uno stesso sistema vivente. Le cellule di uno stesso organo, per il fatto stesso che hanno identica composizione molecolare, comunicano ed interagiscono utilizzando tutte uno stesso segnale elettromagnetico che si propaga facendole “vibrare” con lo stesso tipo di frequenza che le fa entrare in risonanza tra loro.
Le conoscenze del codice genetico e della scienza chimica classica non sono sufficienti per rendere chiara la complessità dei processi metabolici. Infatti il nostro organismo è in grado di equilibrare con stupefacente precisione la varietà dell’offerta di nutrimento messagli a disposizione e scegliere o trasformare proprio quelle sostanze di cui ha bisogno per rimpiazzare le cellule morte. Come coordinano le cellule la loro attività allo scopo di mantenere l’intero organismo, considerando il variare degli influssi esterni? Come può accadere che in ogni cellula abbiano luogo ogni secondo centomila processi chimici, esattamente coordinati tra loro e attraverso i quali, tra l’altro, vengono create nel nostro corpo giornalmente centinaia di miliardi di nuove cellule. Anche se siamo ancora molto lontani dal capire quest’enorme miracolo, possiamo accettare per scontato che affinché esso avvenga, sia necessaria una rete di informazioni che funzioni con assoluta precisione. Le scoperte di Popp cambiano anche il nostro punto di vista attuale riguardo ai generi alimentari, dato che alla fin fine, noi esseri umani non saremmo né vegetariani, né carnivori e né mangiatutto, bensì esseri che assorbono luce. Secondo Popp, l’energia che noi otteniamo dall’alimentazione è proprio l’energia della luce del sole, immagazzinata dalle piante e dagli animali.

La malattia:
tutti gli organismi viventi irradiano un debole ma permanente flusso di luce, la cui intensità spazia dalla luce visibile all’ultravioletto. L’emissione di questi Biofotoni è correlata a tutte le funzioni fisiologiche.
Le cellule sane emettono oscillazioni ordinate di luce, mentre le cellule malate producono oscillazioni non ordinate. Maggiore è il disturbo, tanto più caotica è l’emissione di luce. Oscillazioni caotiche di luce non trasmettono più informazioni corrette alle cellule vicine in quel momento, così allo stesso modo anche le reazioni biochimiche non funzionano più. Perciò si possono sviluppare sintomi di malattia. La malattia appare sempre di più come un’interruzione (operata da batteri, virus, funghi, parassiti, sostanze inquinanti o tossiche, che nel loro complesso vengono chiamate “tossine”) delle linee di comunicazione biofotoniche all’interno dell’organismo. Bisogna notare che tali comunicazioni possiedono una grande velocità, consentendo un coordinamento praticamente istantaneo fra le varie parti dell’organismo. Le tossine, interrompendo le linee di comunicazione, impediscono lo scambio di informazioni del tutto o in parte; ciò conduce dapprima ad un’alterazione elettrica della cellula (ogni cellula del corpo possiede un potenziale di membrana attorno ai 90 mV) che si può rilevare con i metodi bioelettronici; successivamente si produce un’alterazione chimica, che si può rivelare con l’esame del sangue e delle urine; e infine compaiono i sintomi della malattia. Qualsiasi disordine, disturbo o rottura nel flusso di energia causato attraverso un trauma fisico o psichico, porta alla perdita o ad una progressiva modifica dell’informazione ai recettori delle cellule e questo è il primo stadio della malattia. Gli impulsi di comando non arrivano più corretti e con forza sufficiente alle cellule, agli organi e ai sistemi. Le difese immunitarie vengono indebolite. La battaglia interna contro i batteri, i virus e i parassiti non avviene più in modo ottimale.

Il benessere:
senza luce per le cellule non è possibile alcuna vita. Nel corpo in ogni minuto muoiono e nascono 100 milioni di cellule. La comunicazione non conosce alcuna interruzione. Ogni cellula riceve migliaia di messaggi al secondo. L’informazione si espande ad altissima velocità.
Sappiamo che queste informazioni hanno la forma della luce e nelle nostre cellule vengono ricevute ed inviate da un’ “antenna“, che è rappresentata dal DNA. La sua doppia struttura ad elica lo rende un’antenna per tutte le direzioni, ciò significa che in qualsiasi posizione l’irradiamento dei fotoni cade in modo ottimale. Per molti motivi già citati siamo sottoposti tuttavia continuamente ad attacchi elettromagnetici che non sono di natura fisiologica. Come conseguenza alcune delle nostre “antenne“ non sono più in grado di ricevere interamente le informazioni, che garantiscono nella loro totalità il lavoro armonico del meraviglioso sistema precedentemente descritto.
Se si trasmette luce a queste cellule deboli, esse vengono stimolate alla rigenerazione.
L’arricchimento e la qualità (frequenza) attraverso i fotoni sono quindi essenzialmente decisivi per far sì che una cellula e/o un insieme di cellule/organismo possa adempiere i propri compiti. Diventa così importante inviare alle cellule “messaggi di salute”, “ricordare” alle cellule il loro linguaggio, per poter riattivare il loro metabolismo e le emissioni che esse sono capaci di produrre in uno stato di salute e di equilibrio. Si possono perciò inviare all’organismo queste “informazioni guida”, sotto forma di quanti di energia luce-fotoni di modo che esso raggiunga di nuovo il suo equilibrio e in quel modo a tutte le cellule viene restituita la possibilità di soddisfare in modo ottimale i compiti a loro assegnati.
Grazie allo studio dei Biofotoni si sono potute verificare antiche tecniche di guarigione, e altre si potranno verificare, come l’agopuntura. Infatti si e visto che i punti cutanei corrispondenti ai punti di agopuntura hanno una resistività elettrica inferiore rispetto alle altre porzioni della pelle, cioè ostacolano meno il passaggio di correnti elettriche. Gli stessi punti sono stati studiati contando i Biofotoni, e si è constatato che l’emissione di Biofotoni è maggiore proprio in corrispondenza dei punti di agopuntura.
Un fotone singolo può teoricamente regolare tutto il cambio di materia di una cellula, presupposto che agisca sempre nel momento giusto al posto giusto e che la cellula abbia ancora sufficienti recettori per l’auto-cura.
La teoria dei Biofotoni apre quindi la strada alla soluzione di tanti quesiti, ai quali finora la Biochimica medica non aveva saputo dare risposta, ed apre la strada alla prospettiva di utilizzare terapie diverse da quelle utilizzate dalla medicina ufficiale (allopatica).

tratto da: Euquantica