Author Archives: Savino Cefola

  • 0

La genetica può amplificare gli impatti negativi dell’obesità sulla malattia parodontale.

Alcuni studi hanno mostrato come gli individui con un alto indice di massa corporea siano più predisposti a sviluppare la malattia parodontale. Essere in sovrappeso o soffrire di diabete può anche pregiudicare la risposta alle terapie non chirurgiche. Sulla scia di queste scoperte, uno studio recentemente pubblicato ha suggerito che gli individui in sovrappeso, soprattutto uomini, con una specifica variante genetica corrono un ulteriore rischio di sviluppare la parodontite. Per valutare se specifiche varianti del gene interleukin-1 (IL-1), conosciute per aumentare la gravità della parodontite, influenzano l’associazione tra l’obesità e la parodontite stessa, è stato raccolto il DNA di 292 uomini (tra i 29 e i 64 anni) per un periodo fino a 27 anni consecutivi. L’analisi ha messo in luce significative interazioni tra le variazioni genetiche IL-1 e l’obesità, diagnosticando un aggravamento della parodontite. Gli individui che erano sia obesi che IL-1 positivi hanno dimostrato il 70% di possibilità in più di contrarre la malattia. «Lo studio fornisce ulteriori prove riguardo al fatto che pazienti obesi o in sovrappeso e IL-1 positivi hanno bisogno di cure dentali più intense», ha detto Mark B. Carbeau, CEO di Interleukin Genetics. «Basandoci su queste scoperte sviluppiamo il nostro prodotto tenendo conto dei maggiori rischi di questa fascia della popolazione».
Lo studio è stato condotto presso la Boston University Henry M. Goldman School of Dental Medicine in collaborazione con la Interleukin Genetics, compagnia specializzata nella genetica delle infiammazioni croniche. L’azienda sviluppa e promuove una serie di test genetici per malattie croniche come PerioPredict, un test per la malattia periodontale introdotto nel 2013. Lo studio, intitolato «Influence of obesity on periodontitis progression is conditional on IL-1 inflammatory genetic variation», è stato pubblicato online il 19 agosto sul Journal of Periodontology, pubblicazione ufficiale della American Academy of Periodontology.

tratto da Dental Tribune International


  • 0

Protesi dentali ed esami radiografici.

Succede frequentemente di chiedersi se è possibile effettuare un esame radiografico avendo una protesi dentale. A tal proposito bisogna fare un distinguo sia riguardo al tipo di esame a cui sottoporsi ed anche al tipo di protesi di cui si è portatori. Premesso che è sempre opportuno consultarsi con il radiologo al quale spetta la decisione finale, va nettamente distinta la risonanza magnetica dagli esami effettuati con raggi X. Regola generale che vale sempre per ogni tipo di esame è quella di lasciare nello spogliatoio qualsiasi oggetto metallico che si indossa, dagli orecchini alla protesi mobile. Per gli esami con raggi X, essere portatori di protesi fissa in metallo ceramica o su impianti, non è una controindicazione. Per quanto riguarda la risonanza magnetica va detto che il paziente non viene sottoposto a raggi X come, ad esempio, durante una TAC ma bensì a un forte campo magnetico. La risonanza è, infatti, una sorta di grande calamita ed è facilmente intuibile che oggetti metallici indossati come catenine, anelli, ecc. possano essere attratti e spostati durante l’esame e quindi, prima dell’esecuzione di una risonanza, è opportuno lasciare nello spogliatoio qualsiasi oggetto metallico per evitare rischi. Controindicazione assoluta alla risonanza magnetica per i portatori di pacemaker perché smetterebbe di funzionare sotto l’azione del campo magnetico. Probabilmente non si potrà effettuare la risonanza magnetica anche quando nel corpo sono presenti schegge metalliche, pallini da caccia, o clips-chirurgiche ferro-magnetiche, in quanto questi oggetti potrebbero essere spostati dal campo magnetico e causare seri danni. Sarà il radiologo a valutare se effettuare o meno l’esame in presenza di tatuaggi colorati poiché gli inchiostri colorati possono contenere metalli. Dubbi possono sorgere nel caso in cui si sia portatori di protesi dentali fisse e impianti che non possono essere rimossi. Si può affermare che le protesi dentali non costituiscono controindicazione in quanto i metalli presenti nella struttura delle protesi generalmente non sono magnetici, stesso discorso per gli impianti dentali in quanto il titanio, di cui sono costituiti, è un metallo inerte a-magnetico che quindi non risente dei campi magnetici. In conclusione protesi fisse ed impianti non costituiscono controindicazione alla risonanza magnetica anche se in alcuni casi, soprattutto nel caso di esami cerebrali, la qualità della scansione può essere influenzata e di conseguenza si possono avere delle alterazioni delle immagini.

Dott. Savino Cefola 


  • 0

I Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) nello studio dentistico.

Category : Vari

Lungi dal pensare di essere esaustivi sull’argomento “I Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) nello studio dentistico” si vuole semplicemente stilare una sorta di vademecum rivolto essenzialmente alle assistenti degli studi odontoiatrici (A.S.O.). A mio parere l’assistente dello studio odontoiatrico è figura importante e fondamentale nel team odontoiatrico: a pieno titolo si può definire “l’angelo custode” che, a fronte del prezioso lavoro che compie, registra una sconcertante indifferenza del legislatore che, a tutt’oggi, non riconosce questa figura professionale. Se il legislatore comprendesse l’importanza, per esempio, dei protocolli di sterilizzazione in uno studio odontoiatrico e se sapesse che le operazioni di sterilizzazione rientrano nei compiti delle A.S.O., certamente colmerebbe subito questo vuoto legislativo e definirebbe un percorso formativo per conseguire un titolo abilitante spendibile su tutto il territorio nazionale sia in ambito privato che pubblico.
Il personale degli studi odontoiatrici ma soprattutto i titolari dovrebbero conoscere perfettamente il D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 che tratta di Sicurezza e Salute nei luoghi di lavoro e a cui si rimanda per un maggiore approfondimento.
Al Capo II del Titolo III si parla di dispositivi di protezione individuali e i vari aspetti dell’argomento sono sviscerati dall’articolo 74 al 79 ed inoltre nell’allegato VIII troviamo un elenco indicativo e non esauriente dei dispositivi di protezione individuali suddivisi in base alla parte del corpo da proteggere.
Riassumendo, il decreto legislativo 81/08 privilegia i dispositivi di protezione collettiva e quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti da misure tecniche di prevenzione, da mezzi di prevenzione collettiva e da procedimenti di riorganizzazione del lavoro, cioè quando si è in presenza di rischio residuo (come avviene quasi sempre) allora si impiegano i dispositivi di protezione individuale (DPI) che devono essere conformi al D.lgs. 475/92 (marcati CE), devono essere adeguati al lavoro e devono tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore.
I dispositivi di protezione individuale (DPI), che per definizione sono “…….. qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo” possiamo certamente analizzarli tenendo conto del tipo di lavoro svolto e di conseguenza delle parti del corpo più esposte al rischio residuo insito nel tipo di lavoro svolto.
In uno studio dentistico i dispositivi di protezione individuale (DPI) che devono essere presenti ed utilizzati, distinti in base alla parte dell’organismo da proteggere, sono:
Per le vie respiratorie (codice A)
– Mascherina chirurgica in TNT 3 strati (Tessuto non Tessuto), monouso, non sterile.
– Mascherina chirurgica in TNT 3 strati (Tessuto non Tessuto) con visiera per protezione occhi, non sterile monouso.
– Facciali filtranti.
Per gli occhi e per il volto (codice B)
– Occhiali leggeri in policarbonato con protezioni laterali e frontali, aste regolabili, inclinazione della lente regolabile, antigraffio, antiappannamento, lavabili, e disinfettabili per la protezione da schizzi/spruzzi e particelle. Diversi modelli anche personalizzati per portatori di occhiali correttivi.
– Occhiali panoramici a mascherina con guarnizione, fori di aerazione e banda elastica regolabile.
– Visiera antischizzo con calotta per protezione totale del viso, regolabile alla nuca, inclinabile, con protezione frontale e sopraciliare, antiappannante, lavabile, disinfettabile e con la possibilità di utilizzo di occhiali correttivi.
– Visiera leggera monouso senza calotta con banda elastica fissa.
– Mascherina chirurgica con visiera
– Occhiali leggeri in policarbonato con protezioni laterali e frontali per il rischio da radiazioni ottiche artificiali (ROA).
• Per le mani (codice C)
– Guanti in latice.
– Guanti in latice depolverati (in caso di allergia).
– Guanti in vinile (in caso di allergia).
– Guanti in vinile depolverati (in caso di allergia).
– Guanti sintetici depolverati (in caso di allergia).
– Guanti in latice pesante.
– Guanti in latice pesante depolverati (in caso di allergia).
– Guanti in gomma come il tipo domestico, per manipolazione di prodotti chimici poco aggressivi.
– Guanti in pelle fiore o sintetici per rischio da abrasione e taglio.
– Guanti tipo lungo (neoprene, cloroprene, nitrile, butile) per manipolazione di prodotti chimici molto aggressivi.
– Guanti rinforzati antitaglio (Kevlar leggero).
• Per i piedi (codice D)
– Calzature alte o basse con suola antisdrucciolo, idrorepellenti, traspiranti e isolanti dal freddo.
– Soprascarpe in TNT (Tessuto non Tessuto) monouso non sterili.
• Per il capo (codice F)
– Copricapo in TNT (Tessuto non Tessuto) monouso non sterile varie fogge, assorbente elasticizzato ai bordi.
– Copricapo in cotone riutilizzabile, varie forme con lacci.
• Per il corpo (codice G)
– Camice monouso in TNT (Tessuto non Tessuto) non sterile.
– Camice monouso in TNT (Tessuto non Tessuto) sterile.
– Camice in cotone pesante.

Per quanto riguarda i guanti in gomma, va ricordato che possono presentare una seria e fastidiosa problematica in quanto, oltre al latice, contengono svariati additivi chimici, come ad esempio i tiuramici, i carbammati, i mercaptobenzotiazoli o le tirouree, capaci di causare sensibilizzazione di tipo ritardato ed eczemi da contatto. I sottoguanti in filo di cotone sono indicati soprattutto in caso di dermatite irritativa ed eventualmente in sostituzione o per aumentare la protezione si può usare il guanto chimico idrorepellente Kerodex. Diversi test hanno confermato che la formula della crema barriera Kerodex idrorepellente riduce al minimo ogni insorgenza di fenomeni di tipo irritativo poiché forma una sorta di barriera o guanto invisibile che isola e protegge le mani, prevenendo arrossamenti e screpolature della cute provocati da agenti esterni di tipo chimico e meccanico. E’ un prodotto dermatologicamente testato, non contiene siliconi e coloranti e a contatto con acqua o con soluzioni acquose non viene alterato l’effetto barriera della crema.
Per quanto riguarda gli occhiali per il rischio da radiazioni ottiche artificiali (ROA), va ricordato che gli occhiali protettivi devono essere specifici per il tipo di radiazione ottica artificiale presente nello studio odontoiatrico. In studio potremmo avere le lampade polimerizzanti a led o alogene, le lampade al plasma e sempre più frequentemente dispositivi laser. E per le apparecchiature laser va considerato che gli occhiali protettivi non sono tutti uguali ma devono essere specifici per la lunghezza d’onda del laser preso in considerazione: in sostanza gli occhiali protettivi da indossare quando è in funzione un laser a diodi che ha una lunghezza d’onda di 980 nm. sarà diverso da quello che va utilizzato quando è in funzione un laser al Neodimio che ha una lunghezza d’onda di 1064 nm.

Dott. Savino Cefola


  • 0

La sterilizzazione.

Un aspetto determinante per la qualità delle prestazioni sanitarie erogate è il processo di sterilizzazione che viene attuato nel presidio sanitario. La sterilizzazione va intesa come il risultato finale di un processo che, anche grazie all’avanzare della tecnologia, tende a garantire la condizione in cui la sopravvivenza dei microrganismi è altamente improbabile. Una corretta procedura di sterilizzazione è condizione imprescindibile per garantire e tutelare la salute dei pazienti e degli stessi operatori. La necessità di attuare un corretto protocollo di sterilizzazione è dettata innanzitutto dall’etica professionale oltre che morale, ma anche le leggi vigenti sono molto chiare e stringenti sulle procedure di sterilizzazione. La legge regolamenta sia le procedure di sterilizzazione degli articoli critici (strumenti e oggetti introdotti nel sangue o in aree del corpo normalmente sterili o che vengono a contatto con cute e mucose non integre) che quelle per gli articoli semi critici (strumenti e oggetti che vengono a contatto con mucose integre). In definitiva, per legge, sono regolamentate tutte le varie fasi della sterilizzazione a partire dalla decontaminazione preventiva (l’art. 2 del Decreto del Ministero della Sanità dal 28/09/1990) fino alla conservazione degli oggetti trattati per impedirne la contaminazione. Va ricordato che per legge la procedura di sterilizzazione deve essere compiuta garantendo la sicurezza degli operatori e quindi viene prescritto l’uso dei DPI (dispositivi di protezione individuali) come guanti, indumenti protettivi, mascherine oro-nasali, occhiali protettivi, ecc.

Volendo schematizzare le varie fasi della procedura di sterilizzazione possiamo riassumerle in 5 punti fondamentali:

  1. Decontaminazione che ha lo scopo di ridurre la carica microbica presente sugli strumenti rendendo meno rischiosa la manipolazione da parte degli operatori proteggere l’operatore, permette inoltre una rimozione di residui organici presenti sugli strumenti stessi e rendere quindi l’azione sterilizzante più efficace.
  2. Detersione cioè lavaggio degli strumenti devono con appositi detergenti per eliminare i residui di sporco e le sostanze organiche presenti. Questo processo può essere eseguito a mano quando non si dispone di macchine apposite la detersione e segue un preciso protocollo. Meglio la detersione con ultrasuoni che consente di limitare la manipolazione da parte dell’operatore; avviene attraverso un processo di cavitazione che permette la pulizia anche di zone di difficile accesso quali interstizi o corpi cavi, l’azione della soluzione disinfettante è esaltata inoltre dalla possibilità di innalzare la temperatura. L’azione degli ultrasuoni, del disinfettante e la possibilità di portare lo stesso ad una temperatura ideale di 40-45 °C permettono una disinfezione in soli 15 minuti riducendo dell’80% i tempi necessari. Gli ultrasuoni permettono di riunire la fase di disinfezione e di detersione. Ancor meglio la detersione con il termodisinfettore, un apparecchio che consente di riunire la fase di disinfezione, detersione e lavaggio. Viene eseguito un ciclo di 10 minuti a 93 °C con soluzioni detergenti e disinfettanti. Il risciacquo e l’asciugatura sono spesso compresi nel ciclo.
  3. Risciacquo per asportare il disinfettante usato durante la detersione e per allontanare eventuali residui di materiale biologico. Gli strumenti vanno risciaquati sotto acqua corrente o ancor meglio con acqua sterile.
  4. Asciugatura da eseguire in modo accurato per garantire una migliore conservazione. È preferibile asciugare con salviette monouso, oppure con teli morbidi e puliti, oppure con aria compressa. Durante la fase di asciugatura va eseguito sia il controllo macroscopico degli strumenti sia una eventuale manutenzione degli strumenti che la richiedano come la lubrificazione.
  5. Confezionamento che prevede un ultimo controllo per verificare l’eventuale presenza di contaminanti, successivo imbustamento e chiusura delle varie buste tramite termosaldatura utilizzando le apposite termosigillatrici. Per finire il caricamento dell’autoclave seguendo scrupolosamente le prescrizioni atte a garantire l’efficacia della sterilizzazione.

Diventata ormai obsoleta la sterilizzazione con calore secco, gli attuali protocolli prevedono l’utilizzo del calore umido saturo e quindi dell’autoclave. La sterilizzazione mediante autoclave è quella più diffusa essendo poco costosa e non tossica e data la sua buona capacità di penetrazione.

Perché la sterilizzazione avvenga il vapore deve penetrare in tutte le parti del materiale e starvi in contatto per un certo tempo e non devono esser presenti sacche d’aria. Allo scopo di definire i parametri corretti per raggiungere tale obiettivo la Commissione Tecnica Europea ha provveduto alla stesura di un documento siglato UNI EN 13060 che definisce tre classi di processo di sterilizzazione in relazione alla capacità di sterilizzare e di asciugare vari tipi di carico.

Le tre classi definite nella norma UNI EN13060 sono:

  • Type B (B sta per big sterilizers)è un ciclo del tutto simile ai cicli eseguiti dai grandi sterilizzatori ospedalieri permette di sterilizzare e asciugare tutti i tipi di carichi definiti nella norma.
  • Type N (N sta per naked) è un ciclo che è in grado di sterilizzare solo strumenti solidi (non cavi) non imbustati, questo tipo di ciclo non permette lo stoccaggio degli strumenti.
  • Type S (S sta per specified) è un ciclo tra l’N e il B, il produttore deve dichiarare quali carichi si possono sterilizzare utilizzando quel ciclo e se lo stesso sia in grado o meno di asciugare i carichi specificati.

La normativa stabilisce anche le categorie di carico in base alla difficoltà d’esposizione al vapore saturo:

  • Solidi, senza spazi cavi.
  • Cavi tipo A, con spazi cavi profondi e stretti (il cui rapporto diametro/profondità varia da 1/5 a 1/750, secondo la norma UNI EN 13060).
  • Cavi tipo B, con spazi cavi poco profondi e larghi.
  • Porosi, ovvero carichi complessi che trattengono aria prima del ciclo e umidità dopo.

E’ evidente che i materiali più facili da sterilizzare sono i solidi non confezionati, al contrario i più complessi sono i porosi confezionati. Le classi di autoclavi si differenziano proprio per la capacità di gestire i diversi carichi. Le autoclavi di classe B sono in grado di sterilizzare qualunque tipo di carico, le autoclavi classe N solo i carichi solidi non imbustati, le autoclavi classe S riempiono il vuoto fra la B e la N e deve essere specificato dal costruttore la loro capacità. L’avere acquistato e installato una buona autoclave non garantisce che il ciclo effettuato sia stato veramente efficace. Per essere sicuri dell’efficienza dell’autoclave questa deve essere soggetta a manutenzione regolare e ne va valutata la sua efficacia attraverso appositi test.

I test da effettuare per confermare l’efficacia del processo di sterilizzazione sono:

  • Prova de vuoto (test di tenuta del vuoto), per le autoclavi di classe B, per verificare il grado di vuoto raggiunto e la sua durata e che questi siano sufficienti. Solitamente le sterilizzatrici stampano un esito del test. Questo è un test giornaliero che si effettua ad avvio della sterilizzatrice, prima di iniziare i cicli di sterilizzazione.
  • IL Helix-Test che consente di rilevare la forza di penetrazione del vapore all’interno della camera e la totale espulsione dell’aria al suo interno. È un test giornaliero che si effettua dopo la prova del vuoto e prima del normale utilizzo dell’autoclave, questo test deve essere effettuato negli studi odontoiatrici in quanto vi é presenza di strumenti con cavità di tipo “A”, cioè avente una certa lunghezza e diametro della cavità (vacui vuoti con lumi molto fini e di profondità ragguardevoli quali i manipoli). Il Helix-test deve essere eseguito ogni volta che viene avviata l‟autoclave.
  • L’Indicatore chimico di sterilità che va introdotto all’interno di una confezione, nelle stesse condizioni del materiale che si sterilizza. Con questo test vengono misurati i parametri: temperatura, pressione e tempi di esposizione. Inoltre, le buste stesse devono avere un indicatore chimico di processo al fine di verificare se la confezione è stata esposta ad un ciclo di sterilizzazione o meno.
  • L’indicatore biologico da effettuare almeno una volta all’anno.

Se si considera che il processo di sterilizzazione ha un’importanza estrema nel prevenire la trasmissione delle possibili infezioni e che gli operatori addetti al processo di sterilizzazione devono essere opportunamente formati, appare difficile comprendere il perché non sia previsto per legge un percorso formativo  dedicato alle ASO (assistenti degli studi odontoiatrici) che sono a tutti gli effetti le responsabili delle procedure di sterilizzazione. Sarebbe auspicabile che al più presto sia colmato questo vulnus legislativo come pure sarebbe opportuno che gli organi ispettivi, oltre a verificare la compilazione del Documento di Valutazione dei Rischi o l’affidamento d’incarico al Medico Competente o la presenza di farmaci scaduti siano attenti a verificare le procedure di sterilizzazione al fine di raggiungere due importanti obiettivi: salvaguardare, ove ce ne fosse necessità, la salute dei pazienti e degli operatori subordinati da un lato e dall’altro far emergere i casi di malpractice che tanto male fanno a chi è ligio alle normative vigenti dedicando tempo e risorse per raggiungere buoni standard qualitativi delle prestazioni erogate  che non possono prescindere dalle buone procedure di sterilizzazione.

Dott. Savino Cefola e A.S.O. Jenny Ricco

vedi: Linee guida sull’attività di sterilizzazione quale protezione collettiva da agenti biologici per l’operatore nelle strutture sanitarie (D.Lgs 81/2008 e s.m.i.)

vedi: Linee guida per una corretta procedura di sterilizzazione a vapore.


  • 0

Alimenti cariogeni e cariostatici.

Una corretta alimentazione influenza positivamente la salute generale. Ed è fortemente influenzata anche la salute dei denti e, a seconda dei casi, la dieta può prevenire o favorire la formazione della carie. Per salvaguardare il benessere e la bellezza dei denti, ma anche dei tessuti gengivali, l’alimentazione è davvero fondamentale. Consumare cibi freschi, ricchi di vitamine specie C e D ma anche sali minerali insieme ad una corretta igiene orale sono aspetti molto importanti per scongiurare non solo infezioni e patologie del cavo orale ma anche altri problemi di salute. Esistono infatti alcuni alimenti, detti cariogeni, non salutari per i nostri denti in quanto possono provocare erosione dello smalto e favoriscono la crescita dei  batteri responsabili della carie. Tali alimenti sono caratterizzati dall’alto contenuto in zuccheri e dal ph acido. Sono ancor più dannosi per i denti quando hanno una consistenza morbida e appiccicosa. Pertanto gli alimenti più cariogeni in assoluto sono quelli acidi e zuccherati come molte bevande gassate e quelli ricchi di zuccheri  e appiccicosi come il caramello, le marmellate, le caramelle gommose, i lecca-lecca, il torrone, ecc.. Gli alimenti zuccherini che tendono ad attaccarsi ai denti come il sono molto pericolosi perché permangono più a lungo all’interno del cavo orale esponendo i denti all’attacco degli acidi.

Oltre al tipo di alimento, è molto importante considerare anche il momento della giornata in cui lo si consuma, la frequenza e l’associazione con altri cibi. Non è il caso di abolire completamente questi alimenti ma sarebbe il caso di prendere qualche piccola precauzione: gli alimenti cariogeni andrebbero consumati solo se è possibile lavarsi i denti e si dovrebbe evitare il consumo di questi alimenti come merenda o come spuntino fuori casa, o a fine pasto nel caso non sia poi possibile lavarsi i denti. E comunque è preferibile consumare alimenti cariogeni in modo saltuario infatti, più che la quantità di zuccheri del singolo pasto è molto più importante la frequenza di consumo dello stesso. Per esempio, se consideriamo che il mangiare una caramella  crea un ambiente acido che favorisce l’aggressione dello smalto, è sicuramente meno dannoso mangiare 4 caramelle in una volta sola che 4 caramelle in 4 momenti diversi della giornata. Dopo aver consumato alimenti cariogeni è consigliabile consumare cibi che proteggono i denti, detti non cariogeni come la frutta secca a guscio (noci, mandorle, ecc..), frutta fresca non acida (mele o pere meglio se con la buccia), verdure crude, formaggi stagionati e latticini.

Per quanto riguarda gli zuccheri vanno fatte alcune considerazioni:

·         Gli zuccheri più cariogeni sono quelli semplici, come il saccarosio, il glucosio ed i derivati industriali. Tuttavia non è sufficiente limitare l’assunzione diretta di zucchero per prevenire la carie in quanto oggigiorno il saccarosio è diventato l’ingrediente fondamentale di molti alimenti. Si trova nelle bibite, nei dolciumi, nelle pastine, e persino nei cereali per la prima colazione. La limitazione del consumo è quindi difficilmente controllabile.

·         Se è vero che gli zuccheri semplici vengono rapidamente utilizzati dalla flora batterica è altrettanto vero che gli alimenti contenenti carboidrati complessi possono essere ugualmente pericolosi. Secondo recenti ricerche viene data più importanza al tempo di permanenza del cibo all’interno della bocca rispetto alla quantità di zucchero in esso contenuta.

·         In natura esistono degli zuccheri con potere cariogeno molto basso o addirittura assente. Tra i più diffusi va ricordato il fruttosio ed i polialcoli.  Questi ultimi hanno tra l’altro un potere calorico inferiore allo zucchero, non sono tossici e sono consigliati nei diabetici ed in caso di sovrappeso. Alcuni di questi dolcificanti espletano addirittura un’azione positiva come per esempio lo xilitolo che, con la sua forte attività antibatterica, è in grado di previene la carie.

Poiché la carie non è altro che un’infezione provocata da alcuni microrganismi che popolano il cavo orale e che lo sviluppo e la proliferazione di questi batteri è favorito dai residui di cibo che rimangono negli interstizi tra i denti, è importante associare ad un’alimentazione adeguata una corretta igiene orale. I batteri vivono in colonie situate sulla parete esterna dei denti, formando la cosiddetta placca batterica, e come tutti gli organismi viventi anche i batteri hanno bisogno di cibo per sopravvivere. Trovano terreno fertile nei residui alimentari che rimangono tra i denti. In particolare le sostanze nutritive preferite dai batteri sono gli zuccheri che vengono utilizzati e trasformati in acido lattico, un prodotto di rifiuto in grado di intaccare lo smalto dentale e causare la carie. Gli alimenti zuccherini hanno pertanto un ruolo determinante nella formazione della carie. Maggiore sarà la permanenza di questi cibi nel cavo orale e maggiore sarà il rischio di sviluppare tale patologia. Particolare attenzione va posta rispetto ai bambini e agli adolescenti in quanto si è maggiormente esposti al rischio di carie sia per fattori costituzionali (minore mineralizzazione dentale) che alimentari (maggior propensione al consumo di zuccheri). Si calcola che entro i 6 anni di età, quasi i due terzi dei bambini sviluppino almeno una carie. In ogni caso, senza troppi divieti per il bambino, è fondamentale imporre ed insegnare l’importanza di una corretta igiene orale. Al giorno d’oggi, se consideriamo che molto spesso nella dieta sono presenti succhi, tisane, minestre e frullati, ne consegue che gli stimoli sui denti sono inferiori rispetto al passato. Poiché la mineralizzazione dei denti è stimolata dalle sollecitazioni meccaniche della masticazione, soprattutto nel periodo della crescita, è opportuno masticare bene e a lungo, sia per rafforzare i denti, sia per migliorare la funzionalità digestiva. Per quanto riguarda il chewing-gum, va detto che potrebbe avere una certa utilità nella prevenzione della carie anche se va sottolineato che non può e non deve sostituire la pulizia dei denti con spazzolino e filo interdentale. Da preferire quelle contenenti sostanze protettive come il fluoro o lo xilitolo, ovviamente da evitare tutte quelle contenenti zucchero. La masticazione del chewin-gum stimola la salivazione che contiene sostanze antibatteriche e stimola il riequilibrio del pH orale alcalinizzandolo.

In conclusione la prevenzione della carie vede due aspetti fondamentali: la corretta igiene orale ed un’alimentazione corretta che privilegi i cibi non cariogeni e cario statici senza rinunciare in modo assoluto ai cibi potenzialmente cariogeni che andrebbero assunti adottando le opportune contromisure.

 

Dott. Savino Cefola e Dott.ssa Antonia Sinesi


  • 0

L’importanza di pulire la lingua.

Nella maggior parte dei casi, l’alito cattivo o alitosi dipende da una cattiva igiene orale. Il semplice spazzolamento dei denti non basta a combattere l’alito cattivo ed una corretta igiene orale deve prevedere anche la pulizia della lingua in quanto è un sito difficilmente detergibile con le comuni pratiche di igiene orale.

Pulire la lingua è di fondamentale importanza per la nostra igiene orale quotidiana, anche se molti ancora non ne conoscono l’importanza. L’eccessiva microflora che risiede sulla lingua è la più frequente causa dell’alitosi. La struttura della lingua è costituita da numerosi solchi e, per questa ragione, è molto facile che i batteri si accumulino e che vi sia un ristagno di residui di cibo, che formano così una patina di tossine e scorie. La putrefazione di sostanze proteiche che si depositano sulla lingua, soprattutto quelle ricche di aminoacidi, rilascia sostanze chimiche quali lo zolfo e composti solforati volatili (soprattutto idrogeno solforato e metilmercaptano) e altre sostanze responsabili del cativo odore, come alcuni acidi grassi a corta catena.

La pulizia della lingua è quindi di fondamentale importanza per prevenire l’alitosi in quanto la patina linguale costituisce una riserva di microrganismi capaci di influenzare la flora batterica dell’intero cavo orale. Una lingua pulita significa, quindi, un rallentamento nella formazione della placca batterica e del suo accumulo, che riduce di conseguenza anche il rischio di carie e gengivite.

Secondo alcuni studi scientifici, pulire la lingua ogni giorno aiuterebbe nella prevenzione della carie dentale e della parodontite e ridurrebbe anche la presenza di Streptococcus mutans, un batterio che comunemente si trova nella cavità orale e che rappresenta uno dei principali responsabili della carie dentaria.

La pulizia della lingua (brushing) si può effettuare usando il classico spazzolino oppure, ancor meglio, ricorrendo ad un apposito strumento chiamato raschietto linguale o nettalingua. La tecnica di pulizia con lo spazzolino prevede il posizionamento dello strumento in orizzontale, tenendo l’impugnatura perpendicolare alla linea centrale della lingua, che deve essere estrusa (cioè fatta fuoriuscire dalla bocca, in modo da poter raggiungere con le setole le zone posteriori del dorso linguale, dov’è presente il maggior numero di batteri). Lo spazzolino va fatto scendere con una leggera pressione verso la punta della lingua. E’ preferibile l’impiego di uno spazzolino a setole morbide per non stressare troppo le papille gustative, situate ai lati e alla base della lingua. Il nettalingua, invece, va fatto passare avanti e indietro sulla superficie della lingua con un movimento lieve ma fermo, sempre procedendo dall’interno fino alla punta della lingua.

L’igiene della lingua è fondamentale anche per la corretta funzione delle papille gustative: percepire i sapori dei cibi che ingeriamo. Diversi studi hanno dimostrato che la sensibilità della lingua sia alle percezioni gustative che alle sensazioni riconducibili al senso del tatto, siano svolte al meglio proprio quando la lingua è detersa e libera da residui alimentari.

dott.ssa Antonia Sinesi


  • 0

I probiotici per migliorare la salute della bocca, dei denti e delle gengive.

C’è un grande interesse sul possibile utilizzo dei probiotici per migliorare la salute del cavo orale: perché un probiotico possa svolgere azione benefica all’interno della bocca deve rispondere a requisiti ben precisi; deve infatti saper aderire alla mucosa della bocca e integrarsi nel biofilm esistente. Gli studi a disposizione dimostrano che, se i probiotici soddisfano questi requisiti, svolgono interessanti azioni benefiche nella bocca. Innanzitutto sembra che la loro colonizzazione della bocca possa diminuire il numero dei batteri sulforati che concorrono all’alitosi quindi, se queste ricerche verranno confermate, i probiotici si potrebbero usare per ridurre l’alitosi addizionandoli ai colluttori per fare sciacqui e gargarismi, per esempio. Non esistono molti studi a riguardo, ma quelli svolti sembrano indicare che l’integrazione con probiotici può ridurre il rischio carie: nei bambini di età compresa fra i 3 e i 4 anni l’assunzione di probiotici a base di Lactobacillus Rhamnosus sembra poter ridurre le concentrazioni orali di Streptococcus Mutans, il batterio della carie per eccellenza. Formulazioni a base di lattobacilli, invece, sembrano poter migliorare l’evoluzione della malattia parodontale poiché la presenza di questo ceppo batterico inibisce la proliferazione dei patogeni che inducono l’infiammazione correlata al disturbo; alcuni lattobacilli sono allo studio per verificarne l’effettiva capacità di ridurre il sanguinamento gengivale in persone affette da malattia parodontale. Le formulazioni a base di Lactobacillus Reuteri possono ridurre la placca nei pazienti affetti da gengiviti da moderate a severe. E’ anche bene notare che, nel recente documento edito dal Ministero della Salute “Linee Guida nazionali per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie in età evolutiva”, si sottolinea come al momento non esistano prove scientifiche sufficienti per consigliare, nei bambini, l’uso di chewing con probiotici per migliorare la salute del cavo orale. Il campo di applicazione dei probiotici per la salute orale è estremamente interessante e sicuramente porterà ad effettuare nuovi studi e ulteriori scoperte.

fonte: www.nutrirelasalute.it


  • 0

Abitudini alimentari per la nostra salute.

Una sana alimentazione è essenziale per il mantenimento del nostro buono stato di salute, e ciò dovrebbe essere la nostra assoluta priorità per prevenire tutta una serie di malattie. Inoltre nella grande maggioranza delle malattie è impossibile raggiungere risultati soddisfacenti senza seguire una corretta alimentazione. Questo è un concetto molto semplice, logico e scontato, conosciuto del resto sin dall’antichità infatti Ippocrate diceva: “Lascia che il cibo sia la tua medicina”.
Sebbene il “mangiare” svolga, a parere di alcuni, una sorta di funzione “gratificante”, essenzialmente mangiamo per tenerci in vita in quanto, con gli alimenti, vengono apportati al nostro organismo le sostanze nutrienti che svolgono un’azione “strutturale” ed “energetica”. “Strutturale” in quando rappresentano i “mattoncini” delle strutture del nostro organismo alcune delle quali, si deteriorano in continuazione, ed alcune anche molto velocemente come la pelle, alcune componenti del sangue, i muscoli, i tendini, i capelli ecc… Tutte queste parti del corpo devono subire continue riparazioni e sostituzioni. “Energetica” in quanto forniscono la “benzina”, cioè l’energia per fare funzionare il tutto. Va da sé che se si introducono alimenti di pessima qualità, la natura dovrà attingere ad essi per assolvere a tutti i processi vitali. Dopo un certo periodo di tempo, il corpo diventerà una sorta di “pattumiera”, con abbondanza di scorie a volte pericolosissime e scarsità o, ancor peggio, mancanza dei componenti nobili indispensabili per una corretta fisiologia del nostro organismo. E se l’adulto mangia per avere la capacità di riparare le strutture danneggiate e l’energia per vivere, il bambino deve anche crescere, cioè deve produrre nuovi tessuti per fare allungare le ossa, i muscoli, la pelle, i nervi, produrre sangue e così via, quindi ha maggiori esigenze e incamera più sostanze degli adulti. Un’alimentazione scorretta nei bambini costituisce un problema più grave che nell’adulto.
Tempo fa, la cultura e l’esperienza degli anziani associata ad una vita semplice e cibi genuini, scongiurava la possibilità di incorrere in grossolani errori alimentari.
Nella società moderna, la pubblicità gioca un ruolo determinante e molto spesso fuorviante: i messaggi non sono imparziali, ma quasi sempre guidati più dagli interessi di mercato piuttosto che dal desiderio di informare correttamente gli utenti. L’esperienza quotidiana ci evidenzia bambini sovraccaricati da diete improprie, che si alimentano di merendine, creme, dolciumi ed alimenti ipercalorici pre-confezionati e spesso non assumono alcun tipo di vegetale o di frutta. Non a caso questi piccoli pazienti mostrano spesso dei quadri di intossicazione ed acidificazione tissutale che comportano una marcata fragilità biologica, tendenza alle infezioni recidivanti, patologie allergiche e dermatologiche. Per assurdo l’Italia, patria della salutare “dieta mediterranea”, è ai primi posti in Europa per l’obesità infantile La Società italiana di Pediatria ha ripetutamente evidenziato questa situazione e avverte che l’80% dei bambini sovrappeso diventeranno adulti obesi con minore aspettativa di vita (circa -10 anni) oltre che, con molta probabilità, potranno sviluppare in età adulta molte gravi malattie (diabete, ipertensione, malattie cardiache etc.).

Cosa mangiare?
L’ideale è tornare ad un’alimentazione semplice, di cui la “dieta mediterranea”, ricca in frutta, verdura, legumi, cereali rappresenta un modello per tutto il mondo. Occorre quindi limitare il consumo di carne, e ridurre al minimo quello di insaccati, zucchero bianco, formaggi stagionati, strutto, burro, maionese, margarina, superalcolici. Nei bambini limitare al massimo l’uso di creme al cioccolato e dolci. Andrebbero ridotte se non eliminate del tutto, le merendine e le bevande gassate dolci poiché contengono grandi quantità di zuccheri e grassi animali idrogenati che apportano molte inutili calorie.
Quando mangiare?
Osservando il nostro equilibrio acido-basico si osserva che c’è l’alternanza di una fase fisiologica di “acidosi” che va dalle prime ore del mattino sino alle ore 15.00 seguita da una fase di alcalosi tra le 15.00 e le 03.00. Durante la fase acida, il nostro organismo è in grado di digerire ed assimilare i nutrienti al meglio, mentre si trova in difficoltà durante quella alcalina. Questo “timing” costituisce un cardine fondamentale per una corretta alimentazione e, del resto, questo aspetto era noto già nei tempi andati e stigmatizzato nel detto popolare: “come un re a colazione, come un principe a pranzo e come un povero a cena”. Tradotto nella pratica significherebbe abbondanza a colazione, moderazione a pranzo e limitazione a cena. Appare subito evidente che tale assunto va a scontrarsi con lo stile di vita odierno, che ci porta a mangiare poco o niente a colazione, un panino a pranzo per poi sfogare la nostra fame la sera a cena. E questo sfasamento tra la fisiologia del nostro organismo e le abitudini alimentari moderne è alla base di una serie di patologie digestive (il nostro corpo non è fatto per le cene abbondanti) caratterizzate da difficoltà digestiva, iperacidità, insonnia notturna e, non ultima, una tendenza anomala all’aumento di peso!
Cosa fare?
• Riequilibrare il “timing” alimentare migliorando la qualità della colazione e del pranzo e rendendo la cena il più frugale possibile.
• Evitare l’associazione di cibi proteici con i carboidrati per limitare i fenomeni fermentativi e putrefattivi intestinali che sovraccaricano la digestione ed, in particolare, il fegato.
• Cercare di assumere le proteine a colazione e pranzo, riservando i carboidrati alla cena possibilmente seguiti da verdure che, rallentandone l’assorbimento, abbassano l’indice glicemico riduce il pericolo di ingrassare.
• Avere un’adeguata idratazione, che, accompagnata eventualmente da prodotti drenanti, aiuta il nostro corpo a liberarsi dall’accumulo di tossine.

Ciò che conta è mangiare bene nel quotidiano potendosi concedere occasionali “peccati di gola” per consentire al cibo di svolgere la sua “azione consolatoria” e “gratificante” sulla nostra psiche. Pertanto la cioccolata o le merendine date occasionalmente, la cena “una tantum” a base di formaggi pregiati e di affettati non sono dannosi e possono fare parte delle nostre abitudini. L’importante è che sia veramente “una tantum”.

dott. Savino Cefola


  • 0

  • 0